|
|
Mosè ed Abramo.
Nel cogliere alcuni valori simbolici che attraversano la vita di Mosè, è opportuno offrire qualche contributo filologico, di linguistica storica, per gettare qualche luce sulluniverso MosèMichelangelo. La simbologia del salvataggio dalle acque: Sostiamo un attimo sulla segreta simbologia del salvataggio, il segno dei grandi predestinati, risparmiati dalle acque, come il mitico Utnapistim, come Noè, salvati dal diluvio, come Deucalione, come Sargon il Grande, tratto dalle acque del grande Fiume, come i fatali Gemelli di Roma. La favola bella: il nome egizio dato a Mosè dalla principessa Ed eccoci alla favola bella del nome egizio ms, col significato di "figlio", datogli dalla principessa. Ma quel nome ms "figlio", così isolato, non avrebbe avuto senso. Quel nome ms, nell'indole della lingua egizia va congiunto con altro nome, per lo più sacro: come Thut-moses, come Ra-mses. L'egizio ms e il babilonese misu "rampollo" Ma non si considerò che quel nome egizio ms aveva il suo corrispondente nel babilonese misu "piccolo", da ciò "figlio". La denominazione pertinente a Mosè Nella lingua di Abramo, che scendeva da Ur dei Caldei, emerge un nome massû che significa "guida": alle origini è un attributo che premia lopera salvifica di Mosè. E la lingua del più grande dei Patriarchi, viva al tempo di Mosè, sarà in uso ancora dopo. Guida del popolo di Israele errante La pertinenza di quel nome alla missione di guida del popolo ebreo errante si leva in una chiara trasparenza di simbolo: quella fuga è l'antecedente di tutti i popoli che - come oggi - si allontanano con ansia struggente e spesso con fallace speranza, traversano mari, percorrono terre, come oggi, per approdare a una riva felice. È la guida epocale che, sottratta la sua gente all'oppressione, la levò su dal fango e dalla paglia con cui il suo popolo, nella miseria e nell'abbandono, edificava le case sontuose dei potenti. Guida, dunque, egli era vòlto al nuovo Eden e, al mattino, le navi dei deserti, i polverosi 'cammelli erano lì, in ginocchio, in attesa, guardando all'aurora. Verso il Sinai, il simbolo del roveto ardente Il simbolo del roveto ardente: è il fuoco sacro che arde sul Sinai, dove parla il Signore. Il fuoco che non dovrà spegnersi mai. come sarà quello della greca Hestia, come quello di Vesta. Il segreto chiuso nel volto di Mosé Quarantanni erano trascorsi errando per i deserti e Mosé sentì che non avrebbe raggiunta la meta sospirata. E si levò sul monte Nebo dal quale poté cogliere al remota visione di quella Terra. E forse si intenerì per quel perduto amore di terra ancora lontana. E ora, infine, proviamoci attenti a leggere in quel profilo che lArtista ha comunicato al suo marmo. Qui occorreva ad un artista di genio intuire un'aura di doloroso segreto fermo sul volto di Mosè. Ed è proprio così che con inarrivabile penetrazione, Michelangelo, sul viso del vecchio Mosè, quasi atteggiato all'impeto dell'antica fierezza, seppe sorprendere un'ombra di supremo congedo, di chi, come cantò il Poeta, "avea sul volto il pallor della morte e la speranza". Abramo La grandiosa apparizione del sommo dei Patriarchi, Abramo, svela trasparenti analogie con Mosè: l'esperienza del mondo egizio e l'ansia di liberazione arricchiscono il motivo della fuga di Mosè. A quella civiltà delle remote origini di Abramo, chi ha l'onore di parlarvi ha dedicato quarant'anni di lavoro, tanti quanto quelli della corsa di Mosè per i deserti. In tale lavoro, dopo tante nuove rivelazioni del Vicino Oriente, compresa la scoperta di Ebla, è agevole evitare quelle che parvero esasperazioni dei grandi se mitologi come Delitzsch, Winckler, Jensen, combattuti dal cattolico Kugler. Ma per i loro tempi, i cosidetti panbabilonisti mostrano più larghe aperture di orizzonti che gli immobili renitenti di oggi. Ignota rimase lorigine del nome Abramo Così lorigine del nome Abramo dobbiamo ovviamente collocarla nella sua lingua. I più antichi nomi dei Patriarchi, dopo varie decine di secoli, hanno perduto il loro significato originario: perciò il redattore biblico tende a leggere i nomi in senso popolare. Ma nessuno oggi oserebbe autenticare l'etimo biblico di Babele che in babilonese denota "porta di Dio", spiegato con l'ebraico balal "intrigare". Dobbiamo confermare che innumerevoli elementi sorgono evocati dall'ambito vasto di quella luminosa civiltà dalla quale trasse origine Abramo, come ebbe avvio la civiltà d'Occidente. L'etimologia, dunque, del nome Abramo ha chiaro ríflesso nel patto con Dio, padre generoso. Il nome teoforico è composto di Ab "padre" e ram, in antico babilonese ramu "amore": Dio [Padrel è amore. E Dio mutò, per il suo amore, il nome di Abramo in Abraham. E mancava quest'altro invincibile enigma per gli esegeti rimasti senza parola. Ma la divina benignità aveva scandito la sua promessa: "Tu diventerai padre di una moltitudine di nazioni". Abraham nella sua lingua si risolve in Ab "padre" e il babilonese raham, rahum "progenitore", "propagatore". Israele Gli Israeliti non si designano figli di Abramo ma di Israele. Non potremmo, perciò, chiudere e tacere del nome pieno di destini: Yisrael. Dopo laffannata lotta sul fiume Jabboq, combattuta tra Giacobbe e lombra, un angelo, che sopraggiunge improvviso nella notte, il Patriarca non viene piegato. Stretta negli avvinghi, lombra, scorgendo la luce che sorge, chiede: "Lasciami andare!". Ma Giacobbe grida: "Voglio che prima tu mi benedica", e poi volto allombra: "Qual è il tuo nome?", sperando di cogliere nel nome il segreto di quella divina apparizione. Ma lombra lo benedisse e gli predisse: "Non Giacobbe sarà il tuo nome, ma Israele, perché hai combattuto con un angelo e hai vinto". Così l'ombra fuggì inghiottita dalla luce, dove si spengono le visioni. E, per gli interpreti, siamo ancora nel giardino dei supplizi. Il nome di Israel, restato senza etimologia, sancisce la realtà di quella vittoria e la giustizia divina che riconosce il valore di un mortale su un Elohîm, perciò capace di grandi imprese. Israele ha il senso di "giusto è il Signore". Il nome è della stessa lingua di Abramo: composto da Jsar "giusto" ed El "Signore". E non pare né tardivo, né tendenzioso il principio, che ritroviamo, a commento in Sapienza (10, 12): "Gli dette la vittoria in un'aspra lotta, perché conoscesse che la pietà è più potente di ogni cosa".
|