Il mistero etrusco.
Dopo aver scarpinato a lungo nei sentieri
dellalta antichità del nostro Continente e aver avuto la misura dei grandi influssi
delle civiltà e delle lingue antichissime del Vicino Oriente, non possiamo evitare di
incontrarci col mistero etrusco per saggiare se ancora tali influssi e quelli delle
antiche civiltà mediterranee raggiunsero lOccidente prima dellarrivo dei
Greci. Ogni lingua sconosciuta fu rivelata in uno scritto contestuale, grazie a una lingua
conosciuta. Vi chiederete: come si inquadra letrusco in questo nuovo sistema di
linguistica storica? Abbiamo qualche testimonianza per accostarlo a quale antico ceppo
linguistico? Sarò necessariamente breve, ma, spero, esauriente.
Rasena.
Il loro etnico, che è Rasena, Dionigi di Alicarnasso lo fasciò di
mistero e l'etrusco, anche grazie a lui è rimasta una lingua senza pari. Ma le lingue
semitiche antiche e nuove fanno a gara a soccorrerci: l'antichissimo accadico ha rasum "capo"
che torna in tante altre lingue dello stesso ceppo. Rasena è dunque originario
plurale e ricorda i dodici capi, i reguli delle città confederate etrusche. Tutto ciò
sembra di una trasparente evidenza, ma gli eruscologi non possono uscire dal loro
strettissimo comparativismo, cioè lo stesso etrusco, un po' di italico, un po' di greco.
Tirreni.
Ma che vogliono denotare i Greci chiamandoli Tyrsenoi "Tirreni"
come il principe Tyrsenós che secondo la tradizione erodotea li avrebbe
accompagnati in Italia dalla Lidia? Sfuggendo alla ridda di tradizioni greche, talora
dall'aria favolistica e derise da Ecateo, diremo che le lingue delle nostre origini hanno
taciuto a lungo. Ora ci dicono che l'assiro turtennu (per assibilazione della
seconda t-, tursennu) è un "alto dignitario", perciò conferma il senso
di Rasena. Perché il tempo incalza, fermerò un attimo la vostra attenzione sul testo
delle lamine di Pyrgi: le difficoltà incontrate da un maestro come Pallottino
hanno dissuaso altri dal ritentare la prova di una versione.
Heram.
Giovanni Garbini notò che il testo principale ha, quasi all'inizio,
una parola semitica heram "santuario"; haram è il sito dove sorge
la moschea di Omar, in Gerusalemme. Heram riappare sulla tomba di Laris Pulenas in
Tarquinia: è nella forma classica offerta dalla lingua delle nostre origini hermu, letteralmente
"luogo appartato, consacrato".
Maru.
L'etrusco maru "capo" si identifica con l'ebraico marom,
con il semitico mr "uffíciale".
L'elemento indeuropeo non esiste.
Nelle lamine di Pyrgi, l'elemento indeuropeo non ci soccorre.
Ers "terra".
Vi è scritto che la divinità (ilac) scelse Tafarie principe di
questa terra (ers): ilac "la divinità" è il semitico ilah; itala
"principe" è accusativo corrispondente alla voce assira etallu (o
etellu) "signore", ers "terra" si ritrova persino in ebraico eres.
Per rendersi conto che questa interpretazione sia esatta, basta confrontare il testo
etrusco (Tle 359) del piombo di Magliano.
Afrs "terra".
Qui è scritto: sal afrs naces "capo di questa terra".
Non si scorse che la parola etrusca afr- è identica ad 'afar
"terra", "polvere" che torna nelle parole bibliche di Elohîm ad Adamo.
Sal è il "capo": si pensi al latino "salio" "balzare su".
Le testimonianze semitiche non hanno
termine per l'etrusco e lasciano pensare che questa lingua che ebbe in Italia diritto di
cittadinanza prima del greco, nacque da una koiné semitica, da un insieme di parlate,
come cananea, assira, fenicia.
Devo chiudere con una di tali testimonianze.
Satiria.
Il testo etrusco del tegolo di Capua ha inizio con parole le quali
denotano che quella è una comunicazione scritta: sa(v)enes: satiria discende da
accadico shataru "testo scritto"; di seguito nel tegolo è scritto sipir
una voce che ricalca satiria: sipir è voce semitica: antico accadico shipru,
aramaico shipro "comunicazione scritta", "avviso".
T(ava) Tabula.
Amici, ricordatevene quando all'inizio della Tabula Cortonensis, di
recente scoperta, leggerete le misteriose due lettere abbreviate: E.t.: cioè questa
tavola: etrusco eca "questa", babilonese aga
"questo" e la voce anch'essa semitica: come ebraico tava "scrivere".
Il richiamo all'Oriente, perché
"dall'Oriente è la luce", è restato nei millenni come un istintivo bisogno di
recupero di una parte di noi stessi. Un valido studioso di Aristotele, il Sorbi, ha
ritrovato persino nelle pagine di Alberto Magno, un ritorno ai Caldei, intesi come gli
illuminati Babilonesi. Il mio lavoro, sotto il segno rigoroso di una storia millenaria,
vorrà essere opera dì fraternità fra popoli avversi per ostilità di razza (e le grandi
tragedie della storia sono sempre frutto dell'ignoranza).
Ma non si dirà che io non abbia
amato le glorie dell'Ellade, solo che ciò che ho scritto vuol favorire un ritorno ad esse
con rinnovata coscienza. E ora che mi resta di tanto amore ? Talora mi sorprendo a
ripetere i versi, forse i più belli della lirica greca. Sono quelli di Alcmane:
arieggiano il mito del vecchio alcione, che, non potendo più volare, è preso sulle ali
dalle giovani alcionesse che lo recano in volo sul mare.
Più non mi sanno portare i piedi o
fanciulle dal canto
Dolce e la voce soave. O fossi, o fossi un alcione
Che sopra il fiore dell'onde con le alcionesse trasvola
libero, primaverile, alato purpureo del mare.