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IL PADIGLIONE DI AFRODITE CNIDIA A VILLA ADRIANA: PROGETTO E SIGNIFICATO

Dipartimento di Storia dell’Architettura, Restauro e Conservazione dei beni architettonici

dell’Università di Roma "La Sapienza", Roma, Edizioni librerie Dedalo, 1998.

  

Estratto dal I capitoloEstratto dal I capitolo: Il Padiglione nella Villa. Inquadramento storico e topografico

 

Memorie di viaggio e cultura storica nella Villa di Adriano

"Conviene per fine persuadersi, che gli Edifizj di questa Villa superavano ogn’altro tanto per la magnificenza, che per l’ornamento, e per la loro vaga, e bizzarra figura: Dalle quali cose molto possono profittare i Professori di Architettura"
                F. Piranesi, Pianta delle fabbriche esistenti in Villa Adriana, Roma 1781

    Nonostante devastazioni e spoliazioni, Villa Adriana rappresenta tuttora uno dei più significativi complessi architettonici rimastici dall’epoca romana. E’ assai probabile che la scelta sito fosse in parte dovuta proprio alla localizzazione logisticamente favorevole, per il vicino passaggio di acquedotti, l’ampia disponibilità di diversi materiali da costruzione e la relativa facilità del loro trasporto attraverso la via Tiburtina e l’Aniene, che consentiva tempi di esecuzione del progetto relativamente rapidi (1). La Villa infatti potrebbe essere stata, fin dai primissimi anni del principato adrianeo, anche terreno di esercitazione del talento e della fantasia artistica dello stesso Adriano, a una distanza ragionevole e senza alcuna interferenza con la vita dell’Urbe, a differenza dalla Domus Aurea neroniana, che aveva sconvolto il centro della città.

    Considerando la cultura dell’imperatore, pur nel contesto di una residenziale già consolidata da secoli, la scelta del luogo potrebbe essere stata influenzata dall’interesse per le antiche città del Lazio, comunità con radicati valori civici e religiosi, caratteristico del recupero delle tradizioni sulle origini di Roma documentato nel II sec. d.C. In tale contesto culturale, il dichiarato richiamo delle fonti antiche alla figura di Numa (2) rende suggestivo anche il confronto con le abitudini del pacifico sovrano: "Allora Numa abbandonò ogni consuetudine vita cittadina e preferì soggiornare il più in campagna, ove passava le giornate in abitati dagli dei, in prati sacri e località solitarie" (3).

    La ricerca storico-archeologica ha comunque ormai abbandonato da tempo l’idea di una costruzione della Villa, come ritiro dell’imperatore della vita pubblica, analogamente a quanto era avvenuto con Tiberio a Capri; idea era stata suggerita dalla fuorviante conclusione del passo di Aurelio Vittore (4) che tratta degli artistici di Adriano: " ... si ritirò nella sua proprietà di Tivoli, avendo affidata la città a L. Elio Cesare. Quanto a lui, come sogliono i beati ricchi, si diede a costruire palazzi, a curare i banchetti, le statue, i dipinti; infine, affannosamente, a darsi cura di ogni sorta di lusso e lascivia".

    Anche senza accettare le polemiche riserve di Rodolfo Lanciani (5), nato tra l’altro proprio nelle vicinanze, sulla localizzazione in luogo non troppo felice perché afoso in estate e rigido in inverno, bisogna però riconoscere, anche dal confronto con altre ville imperiali e patrizie, queste ultime in posizioni assai più panoramiche nello stesso agro tiburtino, come l’area sia bella ma non degna del sovrano di un impero. Considerando gli interventi di Tiberio nella grotta di Sperlonga (Spelunca) o a Capri, di Nerone con il laghi artificiali nelle gole dell’Aniene a Subiaco (Sublaqueum), o di Domiziano sui laghi di Albano e di Paola, il sito di Villa Adriana non è assolutamente confrontabile con la drammatica bellezza di tali paesaggi. D‘altra parte le stesse opposte interpretazioni Villa, come residenza estiva, per la maggior parte autori, o invernale (6) lasciano perplessi sull’effettiva importanza del clima, perché pavimenti con suspensurae, come nel Palazzo o al piano superiore della Biblioteca Greca, sembrerebbero presupporre un’utilizzazione non solo estiva. I dubbi espressi dal Lanciani hanno dato origine all’ipotesi, ancora talvolta riproposta, che la del terreno della Villa possa essere dovuta a una antica proprietà fondiaria della famiglia di Vibia Sabina, data l’origine ispanica di quella di Adriano, ma questa ipotesi ha avuto ancora conferme, e d’altronde a Tivoli erano residenti molti senatori di spagnola (7).

    La Villa nel suo insieme un gran numero di padiglioni di soggiorno e rappresentanza, con i servizi, ed edifici dedicati all’alloggio, in fondo di numero piuttosto contenuto rispetto all’estensione del complesso. Tra questi ultimi il Teatro Marittimo, probabile refugium o secessus (luogo di ritiro) dello stesso Adriano, data la conformazione tipologica - una villa nella villa - e la posizione baricentrica, cerniera planimetrica di tutto il complesso (8). Anche la datazione all’inizio del principato di Adriano, confermata dalle recenti indagini (9), ne suggerisce ulteriormente l‘importanza come probabile primo alloggio imperiale, quasi il centro generatore, e non solo geometrico, della Villa.

    Tra le ville romane, quella di Adriano costituisce l’esempio forse più rappresentativo un tipo di residenza delle classi dirigenti perduto in Occidente con la fine dell’evo antico ma che, attraverso gli imperi bizantino e sasanide, venne trasmesso a culture architettoniche orientali quali, ad esempio, quella dei sovrani omayyadi, i cui edifici furono in passato ritenuti tardoromani, o, ben più tardi, dell’India Moghul. Influsso tardivo, e mediato dalla riscoperta culturale, ebbe la villa romana nell’architettura occidentale, soprattutto dal XVI al XVIII secolo: possiamo ricordare, per certi aspetti, la stessa villa del cardinale Ippolito d’Este a Tivoli o il Sacro Bosco di Bomarzo (10). In questo tipo di residenze, isolate o dai centri urbani, l’inserimento nel verde avveniva in modo più fluido e che nelle successive esperienze occidentali, con una maggior varietà compositiva e che trovava sviluppo in padiglioni articolati liberamente tra loro e con un’accentuata autonoma individualità.

    Per i diversi padiglioni della Villa di Adriano, l’identificazione della funzione è stata dal Ligorio in poi legata prevalentemente all’interpretazione del passo della vita di Adriano attribuita a Sparziano (11). Di questo può essere considerato come esempio il Pecile, il nome fa riferimento alla stoà ateniese con i dipinti di Polignoto di Thasos alla fine del V sec. a.C., ma di cui sarebbe inutile, anche alla luce dei recenti scavi americani presso il margine settentrionale dell’Agorà, ricercare il modello in Atene. Come infatti è già stato scritto, la tipologia architettonica del Pecile ci riporta al tipico ginnasio con un ampio giardino-palestra ed un portico - xyston - della lunghezza uno stadio, per correre al coperto e con le testate arrotondate per affrontare meglio la corsa (12). Anche le tabelle indicanti il numero passi possono essere compatibili con tale tipologia, detta anche porticus miliaria, anche se l’uso di queste strutture nell‘ambito dei giardini romani era legato alle più tranquille passeggiate pomeridiane che all’agonismo (13). Pertanto, il modello tipologico del Pecile dev’essere ricercato nello xyston, legato originariamente ai ginnasi, che talvolta potevano essere successivamente modificati per altre funzioni, come ad esempio nel ginnasio di Cirene, poi Cesareo. Non è d’altra parte possibile escludere che proprio a tale portico sia stato attribuito anticamente il nome di Pecile, dato che le denominazioni non presupponevano la copia pedissequa di un edificio, ma stavano a significare il collegamento ideale del committente con i luoghi, piuttosto che con le costruzioni. Cicerone (14), ad esempio, aveva realizzato nella sua villa tuscolana un Liceo ed una Accademia, avendo fatto richiesta all’amico Attico da Atene di inviargli statue "come si vedono nei ginnasi". Già Varrone (15) d’altronde condannava la moda eccessiva di denominazioni greche nelle ville dell’aristocrazia romana.

    Difficilmente quindi possono venir considerati come ricordi dei viaggi di Adriano le svariate costruzioni della Villa. Lo stesso Canopo, indubbiamente ispirato al gusto egizio-romano, rappresenta comunque una delle più originali dell’architettura romana. La testimonianza di Sparziano, che ha dato spunto a tante interpretazioni fantasiose della Villa fino ai nostri giorni, parla di denominazioni, tra le quali anche nomi di province dell’impero, e non di repliche architettoniche: "Tiburtinam villam mire aedificavit ita ut in ea et provinciarum et locorum celeberrima nomina inscriberet, velut Lycium, Academian, Prytanium, Canopum, Poecilen, Tempe vocaret et, ut nihil praetermitteret, etiam inferos finxit"(16).

    Tale contesto di architettura ‘cólta’ e problematica è stato richiamato, per qualche cenno, perché in esso si può comprendere il portico semicircolare, posto su una terrazza artificiale a nord della Villa, che inquadra l’edificio circolare o tholos, identificato come tempio di Venere Cnidia. In questo porticato, infatti, avvenne nel 1956 il casuale ritrovamento di una replica della famosa statua marmorea della dea, eseguita da Prassitele. Pur non avendosi alcuna certezza della denominazione originaria dell’edificio, per convenzione si fa riferimento a quella usuale, data dopo la scoperta della statua di Cnidia, prendendo in tutto l’insieme del Padiglione e non la sola rotonda centrale.

    Singolari coincidenze legano effettivamente costruzione ai resti identificati a Cnido con il tempio di Afrodite Euploia dalla missione archeologica diretta da Iris C. Love, non adeguatamente pubblicati. Infatti le dimensioni quasi identiche, la collocazione in un’area non pavimentata ma sistemata a giardino, alla descrizione letteraria negli Amores dello pseudo-Luciano e, in fondo, la stessa panoramica suggerirebbero un legame trai due edifici. Legame da chiarire ma tale da escludere, quanto meno, sembrerebbe, una vera replica ‘edificio di Cnido.

    D’altra parte, nella stessa letteratura romana e nelle contemporanee raffigurazioni, note soprattutto dagli affreschi che ne hanno trasmesso il patrimonio iconografico, appare il topos abbastanza diffuso del tempietto circolare - tholoeides - dedicato ad Afrodite. Questa immagine simbolica fu realizzata anche architettonicamente, pur se in dimensioni contenute, nella nave-palazzo di Tolemeo Filadelfo e in quella donata a Ierone di Siracusa. Particolarmente significativa potrebbe essere stata la suggestione tempio di Afrodite Zephiritis, sull’omonimo promontorio presso Alessandria, ma purtroppo non conservato (17). Quindi, a parte eventuali dubbi sull’originaria collocazione della replica prassitelica, forse abbandonata in un secondo tempo nell’area del portico semicircolare (18) e in ogni caso non necessariamente proveniente dall’interno della tholos, l’edificio adrianeo potrebbe forse aver avuto proprio il significato di un tempio dedicato a Venere, ma in senso astratto, come citazione cólta di un’idea letteraria e pittorica più che di un luogo, non differenziandosi quindi dall’ideologia che ha presieduto alla realizzazione del resto della Villa.

    Un aspetto significativo della tholos di Villa Adriana, che potrebbe far pensare alla sua da un edificio precedente, è l’uso dell’ordine dorico, sempre più raro durante il periodo imperiale, e in questo caso con diversi dettagli della decorazione architettonica in gran parte confrontabili con monumenti di epoca ellenistica. Anche questa caratteristica, pur rappresentando un caso abbastanza particolare di ‘riuso dell’antico’ ante litteram, dovrebbe probabilmente essere inquadrata nell’ambito più generale del classicismo diffuso nell’epoca di Adriano; classicismo interpretato però disinvoltamente in maniera eclettica, come anche nel nostro edificio risulta evidente nel contrasto tra il ‘tempio’, inequivocabilmente di tipo greco, e il portico semicircolare lo avvolge, realizzato con arcate su colonne. Quest’ultimo elemento, forse di origine ellenistica orientale, trovò pieno sviluppo in epoca adrianea, ad esempio nei templi di Adriano ad Efeso e Cizico, per poi avere maggior diffusione in epoca e paleocristiana.

    Il classicismo che appare nell’epoca adrianea può essere interpretato attraverso due punti di vista, legati complessa personalità di Adriano: come un aspetto dell’eclettica cultura dell’imperatore - che dalle poche notizie tramandateci doveva essere esperto anche di architettura - e come uno strumento della politica imperiale che, in vari modi, non ultimo la cultura nata e sviluppatasi in Grecia, sì sforzava di consolidare l’unità dell’impero, soprattutto per quanto riguardava la parte orientale. Unità minacciata non solo da oltre i confini che l’imperatore cercava di stabilizzare dopo la politica espansionistica di Traiano, da forze disgregatrici interne cui forse, come non è insolito in una personalità contraddittoria, non era forse alieno lo stesso Adriano.

 

Note

 

(1) Come già scriveva F. BULGARINI, Notizie storiche antiquarie statistiche ed agronomiche intorno all’antichissima città di Tivoli e suo territorio, Roma 1848, p. 116: "Il trovarsi nel medesimo terreno il tufo di fabbrica, eccellente pozzolana per il cemento, i monti vicini di pietra calcarea per formare la calce, e le acque per impastarla e per servizio della villa; il fiume navigabile a poca distanza pel trasporto de’ preziosi marmi, dové contribuire alla scelta fatta da Adriano di questa località ... ove inoltre è a disposizione il travertino delle vicine cave"; concetti ripresi da C.F. GIULIANI, in Villa Adriana, Milano 1988, p. 73. Il problema dei trasporti rappresentava in antico un impegno molto più significativo che nell’epoca attuale (cfr. Marmi antichi, a cura di G. Borghini, Roma 1989, p. 28).

(2) Secondo la testimonianza della biografia di Adriano (S.H.A., 2,8), probabilmente costruita a posteriori, le sortes Vergilianae avrebbero indicato il successore di Traiano con i versi dell’Eneide (VI, 808-812). Y. DE KISCH, Les Sortes Vergilianae dans l’Histoire Auguste, in "Mélanges d’Archéologie et d’Histoire", 82, 1970, pp. 321-326. R. ZOEPFFEL, Hadrian und Numa, in "Chiron", 8, 1978, 391-427, ipotizza che Adriano potesse essere ispirato dalla Vita di Numa di Plutarco. M.T. BOATWRIGHT, Hadrian and Italian Cities, ibidem, 19, 1989, pp. 235-271, in part. p. 246, commentando il riferimento di Sparziano (Scriptores Historiae Augustae, Hadrianus, 19, 1-2), mette in evidenza il potenziale significato culturale-ideologico degli incarichi di magistrature municipali assunti da Adriano nel Lazio.

(3) Plutarco, Vita Numae, 4.

(4) Epitome de Caesar., XIV: "Adrianus Atheniensium studia, moresque hausit non sermone tantum, sed et caeteris disciplinis, canendi, psallendi, medendique scientia, musicus, geometra, pictor, fictor ex aere vel marmore, proxime Polycletos, et Euphranoras" ..."Deinde uti solet tranquillis rebus remissior, rus proprium Tibur secessit, permissa urbe Lucio Aelio Caesari. Ipse uti beatis locupletibus mos, palatia extruere, curare epulas, signa, tabulas pictas: postremo omnia satis anxie prospicere, quae luxus, lasciviaeque essent".

(5) R. LANCIANI, La villa Adriana, guida e descrizione, Roma 1906, pp. 4-5.

(6) S. PEROWNE, Hadrian, New York 1961 (Beckenham 1986), alle pp. 170-173, accenna alla Villa, vista come residenza invernale citando il toponimo locale "Costacalda", per distinguere il luogo dalle più fresche pendici dei monti sovrastanti. Anche per questo A. il complesso è interpretato come "Empire Exibition ..., a whole Garden City to recreate in miniature the regions of the empire wich had most caught the fancy of their imperial inspector". Per quanto riguarda datate notizie, come quelle di N. ALLEGRI, Tivoli e il suo soggiorno. Studi demografici e meteorologici, Roma 1893, e di F. BULGARINI, op. cit. alla nota 1, pp. 3-4, decantatrici del clima tiburtino che "prevale in salubrità agli altri dintorni di Roma" anche per "l’influenza dei venti (che) ...contribuiscono ... a rendere fresca l’atmosfera; come già notò Marco Aurelio in una sua lettera a Frontone", si potrebbe pensare a una punta di campanilismo. M. Cornelio Frontone ricorda il fresco crepuscolare di Tivoli descrivendo il clima di Napoli in una lettera scritta a M. Aurelio nel 143 (ediz. Loeb, a cura di C.R. Haines, I, p. 142).

(7) R. SYME, Spaniards at Tivoli, in "Ancient Society", 13-14, 1982-1983, pp. 241-264.

(8) F. COARELLI, Lazio, Roma-Bari 1982, pp. 61-62, mette in evidenza il carattere di riservatezza di quella che è stata considerata un’autonoma villa sull’isola. Teatro Marittimo, al contrario di Piranesi e Nibby che lo identificavano come un Natatorium (come anche F.C. GIULIANI, op. cit. alla nota 1, p. 92), F. SEBASTIANI, Viaggio a Tivoli antichissima città latino-sabina fatto nel 1825. Lettere, Fuligno 1828, p. 264, vi vedeva la copia di un Circo euripo circondatum di Sparta, descritto da Pausania (Laconia, III), con due ponticelli, ove i giovani efebi sì esercitavano al combattimento nel difendere o assalire la posizione. La bizzarra ipotesi è stata recentemente riproposta da M. TORELLI, Da Sparta a Villa Adriana: le terme dell’Arapissa, il ginnasio del Platanistas e il Teatro Marittimo, in Stips Votiva: Papers presented to C. M. Stibbe, a cura di M. Gnade, Amsterdam 1991, pp. 225-232.

(9) M. UEBLACKER, Das Teatro Marittimo in der Villa Hadriana, (Deutsches Archäologisches Institut Rom, Sonderschriften 5), Mainz am Rhein 1985, offre un’accurata analisi delle strutture dell’edificio, studiato dall’A. per una tesi di dottorato (1976), con particolare interesse nei capitoli relativi alla tecnica e materiali (pp.34-40), e allo schema di progetto (pp. 43-45). Il modulo della progettazione si basava su una maglia di 5 piedi, con un diametro lordo del portico di 150 piedi (30x5), 120 p. (24x5) sull’asse delle colonne, 50 p. nel riquadro esterno del peristilio centrale e 20 p. nel quadrato interno alle colonne del peristilio centrale. La tipologia particolare dell’edificio viene inserita nello sviluppo dell’architettura delle residenze auliche romane, in particolare con gli sviluppi di epoca flavia (pp. 56-60).La recensione di A. Frazer, in "Journal of the Society of Architectural Historians", XLVI, 1987, pp. 286-288, accentua il legame, suggerito dall’A., di questa realizzazione con le idee di Adriano. Per un altro edificio della Villa con sicura funzione residenziale: E. BORGIA, Tivoli. Villa Adriana. Gli Hospitalia, in "Bollettino di Archeologia", 8, 1991, pp. 73-83.

(10) D.R. COFFIN, The Villa d’Este at Tivoli, Princeton 1960, alle pp. 95-97 considera Pirro Ligorio a Villa Adriana e l’ispirazione da Adriano per Villa d’Este. Per Bomarzo: F. COARELLI, Bomarzo: dal testo al programma. Vicino Orsini e le iscrizioni del Boschetto, in "Eutopia", III, 1-2, 1994, pp. 67-113. V. anche W.L. MACDONALD - J.A. PINTO, Hadrian’s Villa and Its Legacy, New Haven - London 1995, pp. 276-278.

(11) P. LIGORIO, Descrittione della Superba et Magnificentissima Villa Tiburtina Hadriana. Ho consultato la trascrizione pubblicata in J.G.GRAEVIUS - P. BURMA[NN], Thesaurus antiquitatum et historiarum Italiae, Lugduni Batavorum [Leyden] 1723, VIII, IV. Lo studio del Ligorio presenta, oltre all’interpretazione delle rovine, una ricca messe di citazioni da autori classici per illustrare i vari complessi, soprattutto in riferimento alle denominazioni tramandate da Sparziano. "... homo più antiquario che buono historico & erudito ..." dice del Ligorio A. DEL RE, Dell’Antichità Tiburtine, Roma 1611, II,5, p. 77. Per utili precisazioni sugli studi del Ligorio dedicati a Villa Adriana: E. SALZA PRINA RICOTTI, Villa Adriana in Pirro Ligorio e Francesco Contini, in "Atti della Accademia Nazionale dei Lincei. Memorie. Classe di Scienze morali, storiche e filologiche", s.VIII, XVII, 1973, pp. 1-47.

(12) P. GRIMAL, Les jardins romains, Paris 1984 (1969), pp. 257-258. N. DE CHAISEMARTIN, Le "Portique de Tibère" a Aphrodisias: problèmes d’identification et de fonction, in "Revue des Études Anciennes", XCI, 1989, 3-4, pp. 23-45, in part. pp. 39 ss. A. TEJA, Die Villa Hadriana in Tivoli. Ein Gymnasion grossen Stils?, in "Stadion", 16, 1990, pp. 67-71, ipotizza una funzione sportiva predominante nell’architettura della Villa. A. NIBBY, Descrizione della Villa Adriana, Roma 1827, pp. 26-27, rammenta come l’identificazione del Pecile, dal confronto tra i testi di Sparziano, Plutarco (In Cimone, IV) e Pausania (Attica, XV), risalga al Ligorio.

(13) F.A. SEBASTIANI, op. cit. alla nota 8. M. MATTEI, Testimonianze epigrafiche e attestazioni letterarie relative all’area degli Horti Lamiani, in Le tranquille dimore degli dei: La residenza imperiale degli Horti Lamiani, catalogo della mostra, Roma maggio-settembre 1986, Venezia 1986, pp. 153-164, in part. alle pp. 159-163.

(14) Ad Att., I, 6, 2 e I, 9, 2.

(15) De re rustica, II, 1, 2: "Non putant se habere villam si non multis vocabulis retineat graeci, quum vocem particulatim loce".

(16) Scriptores Historiae Augustae, Hadrianus, 26,5. F.A. SEBASTIANI, op. cit. alla nota 8, pp. 309-310, già correggeva le interpretazioni semplicistiche del passo di Sparziano, che furono recepite in pieno dal Ligorio, op. cit. alla nota 11, p. 7: "... VILLA HADRIANA, la quale unisce tutti i sette miracoli del Mondo. Certamente questa Villa... non è [possibile credere] che si trovasse sì fatta fabbrica, che si può assomigliare à tutte le belle cose, che furono, e che saranno già mai presso li posteri, & ad ogni altra unica fabrica, sì per la materia, sì per la grandezza del luogo, sì per l’ornamento".

(17) Su questi temi, v. di seguito i paragrafi iniziali dei capitoli III e IV.

(18) Come era avvenuto per le repliche di sculture classiche rinvenute nell’adiacente via tecta: R. PARIBENI, Tivoli (Villa Adriana). Testa di figura muliebre d’arte severa, in "Notizie degli Scavi di Antichità", 1927, pp. 373-374; ID., Tivoli. Rinvenimenti di sculture a Villa Adriana, ibidem, 1932, pp. 120-123.

 

Estratto dal VI capitolo: Adriano e la cultura greca

 

 

 

Aspetti del carattere di Adriano

 

"varius, multiplex, multiformis ..."

"ad vitia atque virtutes quasi arbiter genitus, impetum mentis quodam artificio regens" Aurelio Vittore, Epit. de Caes.,14,16

 

    "idem severus laetus, comis gravis, lascivus cunctator, tenax liberalis, simulator dissimulator, saevus clemens et semper in omnibus varius" Sparziano, Hadr., 14,10

    "omnium curiositatum explorator" Tertulliano, Apol., 5,7

    "orbem Romanum circumiuit, et multa aedificavit" Eutropio, Brev., VIII,3

    Tra gli elementi certi per interpretare l’architettura del Padiglione, si può considerare anche la figura del committente che, come si è detto, dovrebbe essere intervenuto più volte in prima persona anche nella stessa progettazione dei suoi edifici. Nel più ampio contesto di Villa Adriana, la tholos di Afrodite Cnidia evidenzia in modo particolare un legame con il mondo greco che è uno degli elementi caratteristici nella biografia di Adriano. Se, come si è detto, è difficile anche in questo caso pensare ad una vera e propria copia di un edificio precedente, certamente ci troviamo di fronte ad in esempio di evidente ‘riuso dell’antico’.

    Non è facile interpretare in modo univoco la complessa personalità di Adriano. La fonte storica principale di cui disponiamo è costituita dagli Scriptores Historiae Augustae, Hadrianus - d’ora in poi abbreviata in S.H.A. - il cui carattere compilativo produce a volte vistose incongruenze (1). Recentemente è stata riproposta un’ipotesi, già avanzata nel secolo scorso, che interpretava i biografi dei primi imperatori trattati come i nomi fittizi di un unico autore della fine del IV secolo (2). Tale autore avrebbe creato degli pseudonimi vicini al carattere dell’imperatore descritto: Capitolino per i sovrani vicini al Senato come Antonino Pio, Marco Aurelio e Pertinace; Lampridio, il cui nome ricorderebbe la vita notturna al chiarore delle lampade, per le vite di Commodo ed Elagabalo; Sparziano, che dovrebbe richiamare un carattere spartano, schivo, lontano dal Senato, per le vite di Adriano, Settimio Severo e Caracalla. Di Adriano infatti il biografo loda tra l’altro la cura per la disciplina militare e civile: "Disciplinam civilem non aliter tenuit quam militarem" (S.H.A., 22,1). In ogni caso Sparziano, o lo pseudo-Sparziano, rappresenta comunque una delle fonti più ricche di informazioni per avere un’idea del carattere dell’imperatore, e quindi si farà prevalentemente riferimento alla sua testimonianza.

    Anche per quanto riguarda il probabile stretto rapporto tra Adriano e l’architettura, pur se non specifico come il passo di Cassio Dione (LXIX, 4,1-5), il quadro che ci fornisce la Historia Augusta è assai esplicito e suggestivo: "Fuit enim poematum et litterarum nimium studiosissimus, arithmeticae, geometriae, picturae peritissimus" (S.H.A., 14, 8-9). Se effettive queste qualità, che lo caratterizzano espertissimo in disegno, aritmetica, geometria ed anche un poeta, ne farebbero un architetto ideale e completo. Certo è il suo ruolo di attivo committente e conoscitore (3). Un ulteriore dubbio sull’attendibilità delle fonti è suscitato anche dal probabile narcisismo del contraddittorio imperatore, che lo portava perfino a diffondere un’autobiografia, ma sotto nomi fittizi dei suoi liberti, per esaltare la propria fama: "Famae celebris Hadrianus tam cupidus fuit, ut libros vitae suae a se libertis suis litteratis dederit iubens, ut eos suis nominibus publicarent" (S.H.A., 16,1). Questo nonostante il carattere per molti aspetti cordiale e spontaneo, anche con le persone modeste: "In conloquiis etiam humillimorum civilissimus fuit, detestans eos qui sibi hanc voluptatem humanitatis quasi servantes fastigium principis quasi inviderent" (S.H.A., 20,1). È d’altronde credibile che una notizia come quella sopra riportata potrebbe forse aver avuto origine dai numerosi oppositori, ma è comunque ben inquadrabile anche nel carattere complesso del principe, che pure disdegnava di apporre il suo nome nelle numerosissime costruzioni: "cum opera ubique infinita fecisset, numquam ipse nisi in Traiani patris templo nomen suum scripsit" (S.H.A., 19,9), come in questo caso anche l’evidenza archeologica può confermare (4).

    In questo contesto di interessi letterari e scientifici, pur con eventuali perplessità suscitate dalle testimonianze storiche a volte contrastanti, l’interesse di Adriano per la cultura ellenica doveva essere assai sviluppato, anche prima dell’ascesa alla sua preminente posizione politica: "Imbutusque impensius Graecis studiis, ingenio eius sic ad ea declinante, ut a nonnullis Graeculus diceretur" (S.H.A., 1,5). Ad esempio nel 112, ben prima dell’inizio del suo principato, egli fu arconte ad Atene, dimostrando, con il rivestire tale magistratura civica, il suo interesse per la città e ciò che questa rappresentava. Allo stesso tempo, l’assunzione di altre magistrature in antiche città dell’Italia, dimostrava ancora una volta sia il suo filellenismo, nel caso di Napoli, sia, d’altra parte, l’interesse per i luoghi legati alle origini di Roma: "... in Etruria praetura imperator egit. per Latina oppida dictator et aedilis et duumvir fuit, apud Neapolim demarc<h>us, in patria sua quinquennalis et item Hadriae quinquennalis, quasi in alia patria, et Athenis arc<h>on fuit. In omnibus paene urbibus et aliquid aedificavit et ludos edidit." (S.H.A., 19,1-2). Infatti, le tradizioni leggendarie sulla nascita di Roma venivano ancora coltivato nel II secolo (5), come possono dimostrare anche le emissioni monetali, soprattutto di Antonino Pio e Marco Aurelio ancora Cesare, che probabilmente sono da porre in relazione ai ludi seaculares del 148 (6). Il filellenismo di Adriano fu portato costantemente avanti fino all’ultimo periodo del suo impero, incentivando in Roma stessa l’introduzione della cultura e della religiosità greca (7).

    Gli interessi culturali dell’imperatore, ed in particolare quello per l’eredità ellenica, sono stati spesso interpretati come atteggiamento di eclettica curiosità culturale, nella cui ottica rientrerebbero anche i suoi viaggi: "peregrinationis ita cupidus, ut omnia, quae legerat de locis orbis terrarum, praesens vellere addiscere" (S.H.A., 17,8). "Avum item vestrum, doctum principem et navum et orbis terrarum non regendi tantum sed etiam perambulandi diligentem", aggiungeva M. Cornelio Frontone in una lettera a Marco Aurelio del 162 (8). Ma anche quest’ultimo aspetto, forse il più originale di questo sovrano: "nec quisquam fere principum tantum terrarum tantum celeriter peragravit" (S.H.A., 13,5), aveva, è vero, un riscontro nei suoi interessi culturali, ma si inquadrava ben più solidamente nell’accortezza politico-amministrativa, che lo portava a curare come un padre di famiglia l’organizzazione dello stato: "omnes publicas rationes ita complexus est, ut domum privatam quivis paterfamilias diligens non satis noverit" (S.H.A., 20,11); professando, in tutto questo, pieno rispetto per il bene pubblico: "et in contione et in senatu saepe dixit ita se rem publicam gesturum, ut sciret populi rem esse, non propriam" (S.H.A., 8,3). In tale contesto i viaggi erano dunque un mezzo efficace di controllo dell’amministrazione e della difesa dell’impero, di cui Adriano aveva cura attentissima nonostante la politica di pace, applicando in pieno il motto "si vis pacem, para bellum".

    A parte la significativa testimonianza del vallo costruito nella Britannia settentrionale (9), la cura dell’imperatore per l’esercito e la disciplina militare è confermata dalle fonti letterarie, epigrafiche e numismatiche. Un’iscrizione frammentaria nel pretorio di Lambesi ci tramanda significativi frammenti delle precise parole dell’allocuzione di Adriano alle singole coorti, dopo le esercitazioni della legione III Augusta nel luglio del 128: si riconoscono i caratteri del suo gusto arcaistico dell’oratoria, con sentenze rese efficaci da paralleli e antitesi (10); è un instancabile e fecondo oratore, come veniva ricordato con una certa ostile ironia anche da Frontone (11). Si può notare come il solo Adriano ricordasse nelle emissioni monetali non l’esercito in generale ma i diversi eserciti confinari, anche se da Marco Antonio o Settimio Severo vennero ricordate alcune singole legioni (12).

    Anche un aspetto esteriore dell’immagine, il portare - primo tra gli imperatori dopo Nerone - una barba più o meno folta, è stato collegato ad una maggiore assimilazione della cultura filosofica greca, come in seguito avverrà con Giuliano l’Apostata (13). Come è stato recentemente messo in evidenza, dovrebbe essere ritenuta artificiosa la spiegazione di Sparziano, che probabilmente trae origine da testimonianze contemporanee, della necessità della barba per coprire le cicatrici del volto causate dall’acne: "... promissa barba, ut vulnera, quae in facie naturalia erant, tegeret" (S.H.A., 26,1), dato che la nuova moda è testimoniata già nei rilievi dell’arco di Traiano a Benevento, iniziato nel 107 d.C., ove appaiono giovani ufficiali con la barba, tra cui forse lo stesso Adriano (14). Rimangono quindi complesse da valutare alcune interpretazioni che vedono in questa moda - imitata d’altronde anche nei contemporanei ritratti di privati cittadini e ripresa dai successivi sovrani, tra cui l’imperatore filosofo Marco Aurelio - la precisa volontà imperiale di identificarsi con Zeus, ed in particolare con l’immagine accattivante di Olimpia realizzata da Fidia (15).

    Un altro possibile richiamo storico, attestato dalle fonti, che potrebbe aver avuto influenza anche sull’aspetto esteriore di Adriano, è quello dell’identificazione con Numa Pompilio, il pacifico legislatore dal mento canuto, succeduto al conquistatore Romolo a cui fu idealmente associato Traiano. Infatti, secondo una testimonianza (S.H.A., 2,8), probabilmente costruita a posteriori, le sortes Vergilianae avrebbero indicato il successore di Traiano con i versi dell’Eneide (16). Soprattutto per la politica di pacifico consolidamento dell’impero, il confronto con Numa è istituito anche da M. Cornelio Frontone nei Principia Historiae, XI: "A rebus - pari studio pacis - sane iusti retinuisse se fertur, plane vana apstinendo uni omnium Romanorum principum Numae regis aequiparandus".

    Il confronto con Numa fu proposto anche per Antonino Pio: "qui merito Numae Pompilio ex bonorum sententia comparatur" (S.H.A., Ant. Pius, 2,2). Eutropio (VIII, 8,1) contrappone quest’ultimo a Romolo: "vir insignis et qui merito Numae Pompilio conferatur, ita ut Romulo Traianus aequetur". D’altronde a conclusione del Confronto tra Licurgo e Numa, 4, Plutarco, nella visione retospettiva del re romano, sembra quasi profetizzare la conclusione della politica di Adriano, che avvenne però circa un secolo dopo la sua morte: "Invece il fine dell’attività di Numa, cioè conservare Roma in pace e in amicizia con tutti i popoli, svanì subito dopo con lui. Dopo la sua morte le due porte del tempio che egli aveva tenute continuamente chiuse, come se dentro vi tenesse realmente serrata e domata la guerra, aprirono entrambi i battenti, e l’Italia rigurgitò di sangue e di cadaveri. Neppure per poco tempo restò in piedi la mirabile costruzione di giustizia da lui innalzata, poiché le mancava il tessuto connettivo dell’educazione. ‘Ma come?’ dirà qualcuno ‘Roma non progredì e avanzò grazie alle guerre?’. Domanda che richiederebbe una lunga risposta per certa gente, che pone il progresso nel danaro, nel lusso, nel predominio, anziché nella sicurezza, nella gentilezza, nell’indipendenza dagli altri e nella giustizia verso gli altri".

    Il risvolto politico della maggior parte delle azioni di Adriano sembrerebbe di tale entità da poter ricondurre, come si cercherà di porre in evidenza, anche l’interesse per il mondo greco ad un valore ben più forte del classicismo letterario e artistico, che pur era sicuramente ben radicato da tempo nella sua formazione (S.H.A., 1,5). Tutto questo è oltretutto riscontrabile anche negli aspetti più intimi della religiosità, ove il significato politico dei valori ultraterreni è altrettanto evidente (17). A Roma Adriano sembrerebbe manifestare la sua fede nella vita eterna, associata ad Aion (saecvlvm avrevm) nelle monete, con la costruzione del tempio di Venere e Roma (18). Lo stesso culto di Giove, che come vedremo sarà da Adriano legato ancor più alla figura imperiale, viene anche associato al tema di una nuova età dell’oro, come testimoniano le emissioni di monete con il dio allattato dalla capra, e altri tipi che celebrano la temporvm felicitas e la tellvs stabilita (19). Come imperatore, potrebbe essere stata dettata da politica del consenso, dato anche l’attrito con il Senato, la pietas dimostrata nell’elevare templi al predecessore ed ai parenti. Anche un legame con le tradizionali virtù romane è espresso in numerosi tipi monetali (20).

    Drammaticamente evidente è il valore politico della costruzione del tempio di Giove Capitolino a Gerusalemme, distrutta e rifondata come Aelia Capitolina per eclissare la religione giudaica, dopo i violenti disordini che videro a Cirene, in Egitto e a Cipro centinaia di migliaia di morti dal 115 al 117, e la successiva rivolta del 131-135, soffocata dal governatore della Britannia Sesto Giulio Severo con la metodica distruzione di novecento ottantacinque villaggi e cinquanta fortezze (21). Le sanguinose rivolte giudaiche erano comunque i sintomi di un più generale fenomeno. Fin dall’inizio infatti, l’impatto tra la cultura ed il modo di vivere portato in Oriente da Alessandro e dai Diadochi non fu facile ed ebbe solo parzialmente successo, come si legge ad esempio in I Maccabei, 1.1-9. Lo stesso termine hellenismos appare usato nella Bibbia per descrivere la situazione di attrito creatasi a Gerusalemme con la costruzione di un ginnasio e l’introduzione di costumi greci (22).

    Adriano sembrerebbe aver trovato una certa ostilità tra le cittadinanze di Alessandria ed Antiochia, tanto è vero che volle separare la Siria dalla Fenicia per ridimensionare l’importanza di quest’ultima metropoli, ove aveva anche avuto presagi negativi, volendo sacrificare sul monte Casio al sorgere del sole (23). Nonostante, infatti, egli avesse restaurato ed ampliato la biblioteca del Serapeo ed aperta una nuova, nota solo epigraficamente, e discutesse su molti argomenti con i professori del Museo (S.H.A., 20,2), la descrizione che ci è stata tramandata in una sua presunta lettera della vita quotidiana di tale metropoli è assai efficace nel rendere evidente la diffidenza della mentalità romana (24). D’altronde, anche se apocrifa, la lettera testimonia una diffidenza dei romani verso l’Egitto che già era stata espressa più volte, come ad esempio da Tacito (Historiae, I,11): "Aegyptum ... provinciam ... superstitione ac lascivia discordem et mobilem, insana legum, ignara magistratuum ...".

    Certo è l’interesse di Adriano per i culti oracolari e misterici della Grecia: Delfi, Dodona, Trofonio a Lebadea, i Cabirii e soprattutto quelli Dionisiaci ed Eleusini, a cui era già stato iniziato come arconte nel 112/113 (25). A questo proposito si può ricordare il titolo di neos Dionysos, che appare epigraficamente almeno sette volte, ripreso già da Traiano con le campagne d’Oriente e derivato da Alessandro Magno; titolo che già era stato fatto proprio da M. Antonio e persino da Augusto (26). D’altra parte se è stato scritto di lui che "Sacra Romana diligentissime curavit, peregrina contempsit" (S.H.A., 22,10), dobbiamo riconoscere che si tratta di un’affermazione non del tutto vera, almeno per quel che riguarda l’ultraterreno, come dimostra soprattutto la sospetta morte di Antinoo: "... morto in Egitto cadendo nel Nilo, come scrisse Adriano, o, come è la verità, offerto in sacrificio. Poiché Adriano, come ho detto, era molto curioso, e utilizzò divinazioni e incantesimi di tutti i tipi. Onorò Antinoo, sia per il suo amore o perché il giovane si era volontariamente sacrificato [per la rigenerazione dell’imperatore] ..., costruendo una città nel luogo del fato e nominandola; mise statue, o piuttosto sacre immagini di lui, praticamente in tutto il mondo" (Dione Cassio, LXIX, 11). Lo stesso Antinoo infatti, con l’evidente raccomandazione imperiale, fu divinizzato e considerato come oracolo: "... et Graeci quidem volente Hadriano eum consacraverunt oracula per eum dari adserentes, quae Hadrianus ipse conposuisse iactatur" (S.H.A., 14,5-8) e, come narra di seguito Dione Cassio con ironia, l’imperatore stesso dichiarò di aver visto una nuova stella in occasione della sua morte. Il culto di Antinoo è testimoniato da un repertorio iconografico assai consistente per quantità e qualità - in tale misura che si giunse persino ad applicare teste di Antinoo a statue preesistenti come ad esempio su quella di Apollo a Leptis Magna o nel ‘gruppo di S. Ildefonso’ - ma di cui non sembrerebbe al momento essere accertato alcun monumento architettonico (27).

    Come vedremo però, anche in questi aspetti più chiacchierati di Adriano, l’importanza politica di azioni all’apparenza emotive, come la fondazione di Antinoupolis, è assai significativa, andarono incontro a solidissime ragioni culturali e politiche, in questo caso il favorire la popolazione di origine greca all’interno di un paese mai aveva perso la propria spiccata individualità etnica e culturale. Nella stessa Villa di Adriano, il complesso del Canopo con i relativi gruppi statuari è stato convincentemente interpretato come allegoria del Mediterraneo pacificato, dove le statue di Marte e Mercurio poste al centro e ‘costruite’ sulla base di modelli policletei, ben rispecchiano la politica adrianea di porre da parte le armi a favore del commercio e del benessere. Il messaggio politico era quindi inserito in un complesso di allusioni cólte e raffinate, come già d’altronde avveniva nell’architettura privata, soprattutto al di fuori del pomerio, fin dal periodo tardorepubblicano.

    A maggior ragione appare ben più rilevante l’uso politico del culto di Zeus Olimpio ad Atene per assicurare l’unità degli Elleni (Dione Cassio, Epit. LXIX, 16), concetto in cui poteva richiamarsi gran parte dell’Oriente e ad Occidente soprattutto i rappresentanti delle classi colte. Si può, infatti, rammentare come la diffusione della lingua e cultura greca fosse ben più ampia di quella latina nell’area mediterranea (28). Un passo di Sparziano sembrerebbe suggerire che lo stesso Adriano, che come si è visto (S.H.A., 1,5) era stato considerato Graeculus per gli studi fatti prima del ritorno - di lui quindicenne - in patria, dovesse essere originariamente più brillante nella lingua greca che nel latino: "Quaesturam gessit Traiano quater et Articuleio consulibus, in qua cum orationem imperatoris in senatu agrestius pronuntiam risus esset, usque ad summam peritiam et facundiam Latinis operam dedit." (S.H.A., 3,1). La precisa datazione dell’aneddoto, al 101 d.C., ci mostra Adriano venticinquenne che si applica allo studio del latino dopo aver suscitato il riso del Senato per la pronuncia piuttosto rustica o goffa. Studio portato avanti con successo se una dozzina di anni dopo, alla morte di L. Licinio Sura, lo vediamo consolidare il favore di Traiano preparandogli i discorsi ufficiali: "Et defuncto quidem Sura Traiani ei familiaritas creavit, causa praecipue orationum quas pro imperatores dictaverat" (S.H.A., 3,11).

    Quest’ultimo aneddoto ci rivela anche Adriano intento alla paziente politica di conquista della fiducia di Traiano che doveva portarlo alla successione e che lo aveva visto - oltre agli indiscussi meriti sul campo, ad esempio come comandante della prima legione Minervia in Dacia (S.H.A., 3,6-7) - utilizzare metodi assai disinvolti. Il biografo ricorda che si sarebbe dato al vino solo per adeguarsi alle abitudini dell’imperatore: "quando quidem et indulsisse vino se dicit Traiani moribus obsequentem atque ob hoc a se a Traiano locupletissime muneratum." (S.H.A., 3,3) o, soprattutto, come fosse stato più volte appoggiato dalla consorte Plotina (S.H.A., 4,1 e 4), di cui aveva sposato la nipote Vibia Sabina "... ad amicitiam Traiani pleniorem redit, nepte per sororem Traiani uxore accepta favente Plotina, Traiano leviter, ut Marius Maximus dicit, volente." (S.H.A., 2,10) e di cui si diceva che ne fosse l’amante (Dione Cassio, LXIX, 1,2). Sembra che la stessa successione fosse stata gestita da Plotina con documenti apocrifi (Dione Cassio, LXIX, 1,3-4) e simulando la voce dell’imperatore moribondo: "nec desunt qui factione Plotinae mortuo iam Traiano Hadrianum in adotionem adscitum esse prodiderint, supposito qui pro Traiano fessa voce loquebatur." (S.H.A., 4,10). Forse non a caso appaiono quindi all’inizio dell’impero di Adriano, e per l’unica volta, tipi monetali con la legenda adoptio, che probabilmente volevano consolidare ideologicamente una posizione non limpida (29).

 

Note

    (1) H. Benario, A commentary on the Vita Hadriani in the Historia Augusta (American Classical studies, 7), Missoula 1980; Histoire Auguste, I, 1, a cura di J.-P. Callu, Paris 1992. B. Baldwin, Hadrian’s Character Traits, in "Gymnasium", 101, 1994, pp. 455-456, rileva come nell’ed. Teubner (a cura di H. Hohl, Lipsiae 1927) di S.H.A. si restitutisca il contrapposto dissimulator simulator sulla base di Sallustio (Catil., V,4: "simulator ac dissimulator") e dell’Epit. de Caesaribus (Hadr., XIV,6: "simulans ... dissimulans"). Il contrasto lascivus - cunctator si interpreta come autocontrollo fisico nella sfera sessuale, piuttosto che timidezza o autocensura nei confronti del desiderio. Tra i documenti che più hanno suggerito considerazioni sul carattere di Adriano, assai nota è la sua poesia dedicata all’anima (S.H.A., 25,9): E. Kraggerud, Hadrian’s Animula Vagula, in "Symbolae Osloenses", 58, 1993, pp. 72-95.

    (2) T. Honoré, Scriptor Historiae Augustae, in "Journal of Roman Studies", LXXVII, 1987, pp. 156-176, in part. pp. 170-173, sulla base di nuovi studi sul periodo alla fine del IV secolo e la figure di Ausonio e Nicomaco Flaviano, riprende la vecchia idea del Dessau (in "Hermes", 24, 1889) di un unico autore della Historia Augusta; G. Zecchini, L’autore dell’Historia Augusta: nuove prospettive di una vecchia teoria, in Id., Ricerche di storiografia latina tardoantica (Centro Ricerche e Documentazione sull’Antichità Classica. Monografie, 14), Roma 1993, pp. 39-49. In generale, sulle fonti storiografiche: M.A. Levi, Adriano Augusto: Studi e ricerche, Roma 1993, pp. 117-126.

    (3) L’intervento imperiale poteva addirittura richiamarsi all’ispirazione da sogni di origine divina, come Procopio tramanda per l’esecuzione di S. Sofia: A. Cameron, Procopius and the sixth century, London 1985, p. 100; R.J. Mainstone, Hagia Sophia: Architecture, Structure and Liturgy of Justinian’s Great Church, London 1988, p. 185. Già Pericle, secondo Plutarco (Per., XIII,8), avrebbe avuto in sogno da Athena l’indicazione dei rimedi per la guarigione di un operaio caduto da grande altezza nella costruzione dei Propilei. Generalmente, le considerazioni su Adriano architetto prendono spunto dal dissidio con Apollodoro di Damasco, che avrebbe deriso i disegni di cupole che ricordano zucche, secondo la brillante - ma pur sempre ipotetica - interpretazione di F. Brown, Hadrianic Architecture, in Essays in Memory of Karl Lehmann ("Marsyas", Suppl. 1), Locust Valley 1964, pp. 55-58. Rimane, però, sempre possibile il rimando alla pittura di nature morte, e difficile a credere che Adriano potesse esiliare e far uccidere un architetto per gelosia. Cassio Dione (Hist. Rom., LXIX, 4,3), di cui questo testo ci è pervenuto in un riassunto bizantino riporta: "Ma Adriano prima esiliò e più tardi mise a morte Apollodoro, l’architetto, che aveva progettato vari edifici di Traiano a Roma: il Foro, l’odeon e le terme. La ragione apposta fu che egli era stato colpevole di cattiva condotta; ma la vera ragione era stata che una volta, consultato da Traiano su alcuni edifici, egli aveva detto ad Adriano, che lo aveva interrotto con alcune osservazioni: "Vai a disegnare le tue zucche [kolokuntaV]. Tu non capisci nulla di questi argomenti". Era capitato infatti che Adriano fosse intento ad uno di tali disegni. Quando divenne imperatore perciò, ricordò questa mancanza di rispetto e non avrebbe sopportato la sua libertà di parola. Gli inviò quindi il disegno [diagramma] del tempio di Venere e Roma, per mostrargli che un grande progetto poteva essere portato avanti senza il suo aiuto, e chiese ad Apollodoro se la struttura proposta era soddisfacente". Alle fondate critiche di Apollodoro, Adriano avrebbe reagito con la condanna, rimanendo però geloso anche del defunto. Al di là dei dubbi sull’influsso di fonti storiche contrarie ad Adriano, il brano è di grande interesse, anche per l’accenno all’elaborazione di progetti grafici, che potevano essere visionati a distanza dal cantiere e che avrebbero consentito all’imperatore un rapporto con le realizzazioni architettoniche anche durante i suoi lunghi viaggi. Sui rapporti di Adriano con gli architetti Apollodoro e Decriano: S. Fein, Beziehungen der Kaiser Trajan und Hadrian zu den Litterati (Beiträge zur Altertumskunde, 26), Stuttgart 1994, pp. 331-333. S.A. Sterz, Semper in omnibus varius: The Emperor Hadrian and the Intellectuals, in Aufstieg und Niedergang der Römische Welt: Geschichte und Kultur Roms im Spiegel der neueren Forschung, II, 34.1, Berlin - New York 1993, pp. 612-628, in part. pp. 622-623.

    (4) R. Syme, Hadrian’s autobiography: Servianus and Sura, in Bonner Historia-Augusta-Colloquium, Bonn 1991, pp. 189-200; R.G. Lewis, Imperial Autobiography, Augustus to Hadrian, in Aufstieg und Niedergang der Römische Welt: Geschichte und Kultur Roms im Spiegel der neueren Forschung, II, 34.1, Berlin - New York 1993, pp. 629-704, in part. pp. 697-702; J. Bollansée, P. Fay. 19, Hadrian’s Memoirs and Imperial Autobiography, in "Ancient Society", 25, 1994, pp. 279-302. Confrontando la biografia di Pericle (Plutarco, Per., XIV) e le considerazioni fatte di seguito, sembrerebbe ipotizzabile che Adriano, nel non voler apparire nelle iscrizioni dedicatorie, avesse forse in mente anche l’emulazione dello statista ateniese che, nella realizzazione del programma di rinnovamento monumentale dell’Acropoli sotto la direzione di Fidia, si faceva interprete dell’intera polis. Per gli interessi letterari di Adriano: E. Kraggerud, op. cit. alla nota 1; L. Gamberale, L’epigramma dell’imperatore Adriano all’Eros di Tespie, in Tradizione e innovazione nella cultura greca da Omero all’età ellenistica, Scritti in onore di Bruno Gentili, Roma 1993, pp. 1089-1110. V. anche, di seguito, nota 10.

    (5) M.T. Boatwright, Hadrian and Italian Cities, in "Chiron", 19, 1989, pp. 235-271, in part. p. 246. K. Lomas, Rome and the Western Greeks 350 BC-AD 200: Conquest and acculturation in southern Italy, London - New York 1993, pp. 182-183, su Adriano in relazione a Neapolis ed il successivo programma panellenico. Id., Urban elites and cultural definition: Romanization in southern Italy, in Urban Society in Roman Italy, a cura di J. Cornell e K. Lomas, London 1995, pp. 107-120, in part. p. 116. V. anche M. Torelli, Per la storia dell’Etruria in età imperiale, in "Rivista di Filologia e di Istruzione Classica", 99, 1971, pp. 489-501.

    (6) G. Giorgi, La leggenda delle origini di Roma in un raro medaglione di Adriano, in "Rivista Italiana di Numismatica", III, s. V, 57, 1955, pp. 84-87; G. Alteri, I monumenti raffigurati sulle monete imperiali romane: da Adriano a Costantino, in "Palladio", N.S., 10, 1992, pp. 5-20, in part. pp. 7-9; G.G. Belloni, Celebrazioni epiche in medaglioni di Antonino Pio. Una pagina di cultura erudita, in "Serta Historica Antiqua", II, Roma 1989, pp. 191-205. E. Barenghi, Scene leggendarie della storia di Roma su alcuni medaglioni. A proposito del medaglione di Enea e Anchise, in "Rivista Italiana di Numismatica e scienze affini", 94, 1992, pp. 113-120. V. anche il tipo romvlo conditori, che è stato collegato con il restauro dell’antico Auguratorium sul Palatino: C. Foss, Roman Historical Coins, London 1990, p. 120.

    (7) Aurelio Vittore, Epit. de Caes., XIV,1-4. Per il confronto con Numa, v. di seguito alla nota 16 e, per il passo cit., alla nota 52. R. Syme, Hadrian as Philellene. Neglected Aspects, in Bonner Historia-Augusta-Colloquium 1982-1983, Bonn 1985, pp. 341-362.

    (8) Ed Loeb, II vol., p. 8, ove prosegue: "modulorum tamen et tibicinum studio devinctum fuisse scimus, et praeterea prandiorum optimorum esorem optimum fuisse". V. anche Dione Cassio, Epit. Hist. Rom., LXIX, 5 e 9; M. Hammond, The Antonine monarchy (American Academy in Rome, Papers and monographs, XIX), Roma 1959, pp. 170-171. H. Benario, op. cit. alla nota 1, in appendice presenta una tabella cronologica dei viaggi imperiali. I passi in S.H.A. sono messi in relazione con Dione Cassio (LXIX,9) e Frontone (Principia Historiae, X): "Eius itinerum monumenta videas per plurimis Asiae atque Europae urbes sita, cum alia multa tum sepulchra ex saxo formata. Non solum in gelosas sed etiam in alias meridionalis sedis terras profectus est ..." (ed. Loeb., II, p. 206). J. Schwartz, Remarques sur le voyages d’Hadrien, in Bonner Historia-Augusta-Colloquium, Bonn 1983, pp. 291-301; R. Syme, Journeys of Hadrian, in Zeitschrift für Papyrologie und Epigraphie, 78, 1988, pp. 159-170. In generale: J.-M. André - M.-F. Baslez, Voyager dans l’Antiquité, Paris 1993. Una delle più efficaci immagini numismatiche di Adriano in relazione con il viaggiare, pur se oggetto di diverse interpretazioni, è quella della nave imperiale con la legenda felicitati avg, a volte iscritta sulla vela spiegata. Una simile immagine era già apparsa in alcune monete di Nerone coniate ad Alessandria con la legenda Sebastophòros: B.E. Levy, Kaisar Epibaterios: a seafarer’s cult at Alexandria, in "Israel Numismatic Journal", 6-7, 1982-1983, pp. 102-117. Sui riflessi dei viaggi di Adriano nelle emissioni numismatiche: L.J. Kreitzer, Striking New Images: Roman Imperial Coinage and the New Testament World (Journal for the Study of the New Testament, Suppl. 134), Sheffield 1996, pp. 146-186. L’importanza strategica dei viaggi dell’imperatore è inquadrata in J.J.E. Austin - N.B. Rankov, Exploratio: Military and political intelligence in the Roman worls from the Second Punic War to the battle of Adrianople, London - New York 1995, p. 135. Anche in epoche più recenti, i viaggi dei sovrani hanno in genere avuto un fondamentale significato politico e strategico. Nell’ottica di un paternalistico rafforzamento del consenso popolare e dei legami tra i diversi gruppi nazionali, si possono considerare come esempio i viaggi dello zar Alessandro II: R. Wortman, Rule by Sentiment: Alexander II’s Journeys through the Russian Empire, in "American Historical Review", 95, 3, 1990, pp. 745-771.

    (9) "... murumque per octoginta milia passuum primus duxit, qui barbaros Romanesque divideret" (S.H.A.,11,2). Successivamente (S.H.A.,12,6) si menzionano altre fortificazioni lignee realizzate dove non c’erano confini naturali, probabilmente il limes tra Reno e Danubio: "... in plurimis locis, in quibus barbari non fluminibus sed limitibus dividuntur, ... barbaros separavit". Un lungo brano (S.H.A., 10,2-11,2) ci descrive l’imperatore, "pacis magis quam belli cupidus", dedito alle esercitazioni militari "quasi bellum immineret", partecipe egli stesso alla vita degli accampamenti, condividendo il rancio della truppa (lardo, formaggio e acqua con aceto), secondo l’esempio di Scipione Emiliano, Metello e Traiano, non mancando di incoraggiare i militari meritevoli con premi e onori. Molta cura era dedicata a nuove armi, attrezzature e gestione dei rifornimenti, contrastando sprechi, corruzione e lusso. Per questo indossava frequentemente vesti umili e senza rifiniture preziose, e fece demolire negli accampamenti stutture tipiche dell’architettura residenziale: "triclinia de castris et porticus et cryptas et topia dirueret".

    (10) Corpus Inscriptionum Latinarum, VIII, Suppl. I, a cura di R. Cagnat e I. Schmidt, Berlin 1891, Prov. Numidia, 18042, pp. 1721-1727. Ad esempio, tra i diversi frammenti:

E Q (vites) L E G (ionis)
[exe]rcitationes militares quodam modo suas leges
[ha]bent qvibvs si qvit adiciatvr avt detrahatvr avt minor
[exer]citatio fit avt diFFicilior. qvantvm avtem diFFicvltatis
[additvr t]antvm gratiae demitvr . vos ex diFFiciliBvs diFFicil
[limvm fecistis] vt loricati iacvlationem perageretis
[. . . . . . . . . . . . . . . gratiam lavd]o qvin immo et animvm probo
. . . . . . . . . . .
diFFicile est cohortales equites etiam per se placere
diFFicilius post alacrem exercitationem non displicere

Anche per quanto riguarda i lavori di costruzione dei militari, l’imperatore fa i suoi elogi: "... (mvnitiones qvas) alii [per] / plvres dieS divisis[sent, e]as vno die peregistis; mvrvm lo[ngi] / operis et qvalis mansvris hibernacvlis fieri solet non [mvl]/to divitivs exstrvcxistis, qvam caespite extrvitvr qvi m[o]/dvlo parI caesvs et vehitvr facile et tractatvr et sine mo[les]/tia strvitvr vt mollis et planvs pro natvra Sva vos Lapi[dibvs] / Grandibvs GraviBvs InaeqvaliBvs (exstrvxistis), qvos neqve vehere n[e]/Qve attollere neqve Locare qvis possit, nisi vt inaeqva[lita]/tes Inter se conpareant; Fossam Glaria dvram scabram[qve] / Recte percvssistis et radendo Levem reddidistis ...". L’iscrizione è stata commentata da M.A. Levi, Le iscrizioni di Lambaesis e l’esercito di Adriano, in "Atti della Accademia Nazionale dei Lincei, Rendiconti", s. IX, V, 1994, pp. 711-723. Sull’aspetto letterario della contio militaris di Adriano, in cui è stato notato (S.H.A., 16,5) come amasse "genus uetustum dicendi": J.-M. André, Hadrien littérateur et protecteur des lettres, in Aufstieg und Niedergang der Römische Welt: Geschichte und Kultur Roms im Spiegel der neueren Forschung, II, 34.1, Berlin - New York 1993, pp. 583-611, in part. pp. 593-594.

    (11) Il letterato, senatore di origine africana critico verso Adriano, sintetizzava così a Lucio Vero nel 165 la situazione militare sotto Adriano: "Namque post imperatorem Traianum disciplina propemodum exercitus carebant, Hadriano et amicis cogundis et facunde appellandis exercitibus satis impigro, quin provincias manu Traiani captas variis bellis ac nunc constituendas omittere maluit quam exercitu retinere." (Principia Historiae, X). R.W. Davies, Fronto, Hadrian, and the Roman Army, in "Latomus", 27, 1968, p. 95. Su Frontone, il primo ad accusare Adriano di maltrattare gli intellettuali: S.A. Sterz, Semper in omnibus varius: The Emperor Hadrian and the Intellectuals, in Aufstieg und Niedergang der Römische Welt: Geschichte und Kultur Roms im Spiegel der neueren Forschung, II, 34.1, Berlin - New York 1993, pp. 612-628, in part. pp 614-615.

    (12) C. Foss, op. cit. alla nota 6, pp. 115, 38, 164. Il rovescio di sesterzi ed aurei di Adriano presenta, unico tra gli imperatori, la legenda disciplina avg. L’immagine di questo rovescio sembra illustrare il brano di S.H.A. cit. alla nota 9: Adriano a capo scoperto e con paludamentum, marcia con uno scettro (o un volumen?) in mano, seguito da un ufficiale e tre vessilliferi.

    (13) Quest’ultimo non avrà però un aspetto altrettanto curato, in contrasto con il precedente richiamo ad acconciature e fattezze traianee o addirittura giulio-claudie nella ritrattistica della seconda dinastia Flavia. Ad esempio si può ricordare la discussa datazione della testa bronzea di Zuglio Carnico, v. L. Beschi, in Enciclopedia dell’Arte Antica, VII, pp. 1290-1291, alla voce Zuglio. Il richiamo alla tradizione ‘classica’ della prima età imperiale si espresse, non solo nella produzione artistica, ma anche nel restauro o nella rilavorazione secondo un gusto più attuale di sculture precedenti. Ad esempio nell’Ara Pacis di Augusto sono stati notati rifacimenti, ad esempio nella caratterizzazione delle pupille, attribuibili all’età costantiniana: N. Hannestad, Tradition in Late Antique Sculpture: Conservation, Modernization, Production, Aarhus 1994. Per quanto riguarda Adriano, oltre ai tondi riutilizzati nell’arco di Costantino, si ha un esempio di rilavorazione, forse di età tetrarchica, su un ritratto dell’imperatore nel museo di Ostia (pp. 56-58).

    (14) B. Andreae, L’arte nell’età imperiale, in Princeps Urbium: cultura e vita sociale nell’Italia romana, Milano 1991, p. 44.

    (15) J.R. Fears, The Cult of Jupiter and Roman Imperial Ideology, in Aufstieg und Niedergang der Römische Welt: Geschichte und Kultur Roms im Spiegel der neueren Forschung, II, 17,1, 1981, pp. 3-141, in part. p. 93. Alle pp. 85-89 e 139 (n. 420, 427) adozione di Adriano e suoi rapporti con Atene, Giove nella sua politica religiosa e sua importanza nello sviluppo dell’ideologia della potenza imperiale. Id., Princeps a diis electus: The Divine Election of the Emperor as a Political Concept of Rome (Papers and Monographs of the American Academy in Rome, 26), Rome 1977, pp. 227-252, sull’origine da Giove del potere imperiale, emersa sotto Traiano e Adriano (Plinio il Giovane, Paneg., 80, 4-5).

    (16) Virgilio, Aen., VI, 808-812: "... Nosco crines incanaque menta regis Romani, primam qui legibus urbem fundabit"; Y. de Kisch, Les Sortes Vergilianae dans l’Histoire Auguste, in Mèlanges d’Archèologie et d’Histoire, 82, 1970, pp. 321-326; R. Zoepffel, Hadrian und Numa, in "Chiron", 8, 1978, pp. 391-427, in part. pp. 407-8 sull’interpretazione della barba di Adriano. Zoepffel ipotizza che Adriano potesse essere ispirato dalla Vita di Numa di Plutarco. Tra l’altro cfr. par. 20 sulla politica di pace, con il richiamo a Platone, Repub., 473c-d, 487e, 501e: "per gli uomini esiste una speranza di vedere la cessazione e la liberazione dai mali che li travagliano, se per divina fortuna il potere del re si viene a trovare unito nella medesima persona al discernimento del filosofo; allora la virtù si erige a dominatrice e signora del vizio". Nel Confronto tra Licurgo e Numa, 1, si afferma "che Numa nelle sue leggi dimostrò una sensibilità più ellenica che il legislatore degli Spartani". Vedi, di seguito (nota 51), il passo di Aurelio Vittore relativo all’istituzione dell’Athenaeum. Per quanto riguarda l’altra testimonianza dello stesso autore relativa all’organizzazione quasi militare dei collegia legati alle costruzioni pubbliche (Epit. de Caesaribus, XIV, 3-6), potrebbe essere inquadrata anch’essa nell’esempio di Numa, a cui si faceva risalire l’organizzazione degli artigiani, secondo la testimonianza di Plinio (Naturalis Historia, XXXIV, 1; XXXV, 46 e 159) e Plutarco (Numa, 17).

    (17) P. Kranz, Zeugnisse hadrianischer Religionspolitik im Osten, in Das antike Rom und der Osten, Festschrift für K. Parlasca zum 65. Geburtstag, Erlangen 1990, pp. 125-141.

    (18) M. Guarducci, La religione di Adriano, in Les Empereurs romains d’Espagne, Colloque du CNRS. Madrid 1964, Paris 1965, pp. 208-221.

    (19) W.E. Metcalf, Hadrian, Iovis Olympius, in "Mnemosyne", 27, 1974, pp. 59-66; J.R. Fears, ‘The Cult of Jupiter ...’ cit. alla nota 15, p. 86.

    (20) Id., The Cult of Virtues and Roman Imperial Ideology, in Aufstieg und Niedergang der Römische Welt: Geschichte und Kultur Roms im Spiegel der neueren Forschung, II,17,2, 1981, pp. 827-948, in part. p. 903; M.A. Levi, op. cit. alla nota 2, pp. 47-80.

    (21) Dione Cassio, LXIX, 12-14. S.H.A., 14, 2 afferma: "Mouerunt ea tempestate et Judaei bellum, quod uetabatur mutilare genitalia"; sembrerebbe però che l’origine della rivolta fosse non per il divieto della circoncisione ma per l’intenzione di edificare sull’arera del Tempio il Capitolium della colonia. Y. Yadin, Bar-Kokhba: The rediscovery of the legendary hero of the Second Jewish Revolt against Rome, London 1971, pp. 19-23; B. Isaac - I. Roll, Judea in the Early Years of Hadrian’s Reign, in "Latomus", 38, 1979, pp. 54-66; E.M. Smallwood, The Jews under Roman Rule from Pompey to Diocletian: A study in political relations, Leiden 1976, 1981, pp. 428-466; B. Isaac, Roman Colonies in Judea: the foundation of Aelia Capitolina, in "Talanta", 12-13, 1980-1981, pp. 31-54; M. Pucci, La rivolta ebraica al tempo di Traiano (Biblioteca di studi antichi 33), Pisa 1981; F. Millar, The Roman Colonies of the Near East: a Study of Cultural Relations, in Roman Eastern Policy and Other Studies in Roman History, Proceedings of a Colloquium at Tvörminne 2-3 October 1987 (Commentationes Humanarum Litterarum, 91), a cura di H. Solin e M. Kajava, Helsinki 1990, pp. 7-58, alle pp. 28-30 su Aelia Capitolina; M. Sartre, L’Orient Romain: Provinces et sociètès provinciales en Mèditerranèe orientale d’Auguste aux Sèvères (31 avant J.-C. - 235 après J.-C.), Paris 1991, pp. 383-388; J. Murphy O’ Connor, The Location of the Capitol in Aelia Capitolina, in "Revue Biblique", 101, 1994, pp. 407-415; L.J. Kreitzer, op. cit. alla nota 8, pp. 187-211: Hadrian and the Nero Redivivus Myth, oltre ai riferimenti numismatici, confronta gli oracoli sibillini elaborati nel III sec. d.C. su fonti dell’età adrianea, con i passi dell’Apocalisse. D. Golan, Hadrian’s Decision to Supplant "Jerusalem" by "Aelia Capitolina", in "Historia. Zeitschrift für Alte Geschichte", 35, 1986, pp. 226-239, vede la fondazione della colonia in funzione anticristiana piuttosto che antigiudaica, come sede del messaggio e sacrificio di Cristo. La denominazione unisce Elio Adriano, unico detentore del potere, con Giove Capitolino, padre degli dei e della prosperità dell’impero. Secondo l’A., anche considerazioni finanziarie avrebbero suggerito l’insediamento di tremila veterani, piuttosto che impiegare l’esercito nella prevenzione di ulteriori rivolte. S. Girolamo, nell’epistola a Paulinus (epist., 58, 3), afferma che Adriano dispose il culto di una statua di Giove sul sito della resurrezione e di un’altra di Venere sul Calvario: "... ab Hadriani temporibus usque ad imperium Constantini, per annos circiter centum octoginta in loco resurrectionis simulacrum Jovis, in crucis rupe statua ex marmore Veneris a gentilibus posita colebatur aestimantibus persecutionis auctoribus, quod tollerent nobis fidem resurrectionis et crucis, si loca sancta per idola polluissent." Secondo la biografia di Alessandro Severo però (S.H.A., Sev. Alex., 29,2), Adriano avrebbe pensato alla collocazione di una statua di Cristo nel Pantheon di Roma. Eusebio (Hist. Eccl., IV, 3) ricorda come Quadrato e Aristide, due apologisti, dedicarono ed indirizzarono all’imperatore le loro opere in difesa della fede cristiana. Successivamente (cap. 6) Eusebio afferma che fu vietato a tutto il popolo ebreo di mettere piede nella regione attorno a Gerusalemme e che la comunità cristiana risultò composta da ‘Gentili’, con il nuovo vescovo Marco. In generale: E. dal Covolo, I Severi precursori di Costantino? Per una "messa a punto" delle ricerche sui Severi e il cristianesimo, in "Augustinianum", 35, 1995 (Studi sul cristianesimo antico e moderno in onore di Maria Grazia Mora), pp. 605-622.

    (22) II Maccabei, 4,13; E. Will - C. Orrieux, Ioudaismos-Hellenismos. Essai sur le judaisme judèen à l’èpoque hèllenistique, Nancy 1986. In generale F. Millar, The Problem of Hellenistic Syria, in Hellenism in the East: The interaction of Greek and non-Greek civilizations from Syria to Central Asia after Alexander, a cura di A. Kuhrt e S. Sherwin-White, London 1987, pp. 110-133. V. anche M. Colledge, Greek and non-Greek Interaction in the Art and Architecture of the Hellenistic East, ibidem, pp. 134-162. B.C. McGing, Hellenism, Judaism and the Hasmoneans, in "Simbolos: Scritti di storia antica", 1, 1995, pp. 57-74. Dal punto di vista archeologico si vedano i contributi nella sezione Hellenismus im Osten, in Akten des XIII. Internationalen Kongresses für Klassische Archëologie: Berlin 1988, Mainz am Rhein 1990, pp. 19-66. Forse proprio tra gli esponenti di minoranze, come l’idumeo Erode il Grande, potevano trovare maggiore terreno i legami con il mondo ellenistico-romano. Legami politici, culturali e ideali, come attestano le sue iniziative di evergetismo, ad esempio la costruzione del ginnasio di Chios o la sua partecipazione come agonothetes a Olimpia: I. Shahìd, Rome and the Arabs: A Prolegomenon to the Study of Byzantium and the Arabs, Dumbarton Oaks, Washington D.C., 1984, pp. 43-48. E. Paltiel, Vassals and rebels in the Roman empire: Julio-Claudian policies in Judaea and the Kingdoms of the East (Collection Latomus, 212), Bruxelles 1991. In generale, sull’opera di Erode che introduce uno stile di vita e modelli artistico-architettonici ellenistico-romani: Judaea and the Graeco-Roman World in the Time of Herod in the Light of Archaeological Evidence, Actes of a Symposium organized by the Institute of Archaeology, the Hebrew University of Jerusalem and the Archaeological Institute, Georg-August University of Göttingen at Jerusalem, November 3rd-4th 1988, a cura di K. Fittschen e G. Foerster (Abhandlungen der Akademie der Wissenschaften in Göttingen, Folge 3, Philologisch-historische Klasse, 215), Göttingen 1996. In particolare, su un esempio emblematico di romanizzazione voluta da Erode, i contributi nel volume: Caesarea Maritima: A Retrospective after Two Millenia, a cura di A. raban e K.G. Holum (Documenta et Monumenta Orientis Antiqui, XXI), Leiden - New York - Köln 1996. D. Foraboschi, Movimenti e tensioni sociali nell’Egitto romano, in Aufstieg und Niedergang der Römische Welt: Geschichte und Kultur Roms im Spiegel der neueren Forschung, I, 10,1, 1988, pp. 807-840, in part. pp. 818-823 sui Giudei.

    (23) S.H.A., 14,1 e 3; A. Carandini, Vibia Sabina. Funzione politica, iconografia e il problema del classicismo adrianeo (Accademia toscana di scienze e lettere "La Colombaria", Studi XIII), Firenze 1969, pp. 40-41. R. Syme, Hadrian and Antioch, in Bonner Historia-Augusta-Colloquium, Bonn 1983, pp. 321-331.

    (24) J.-M. André, op. cit. alla nota 10, p. 600, cita S.H.A., Quadr. Tyr., VIII, 5-7, che riporterebbe una lettera dell’imperatore a Serviano: " ... genus hominum seditiosissimum, uanissimum, iniurosissimum; civitas opulenta, dives, fecunda, in qua nemo uiuat otiosus. Alii uitrum conflant, aliis charta conficitur, omnes certe linyphiones aut cuiscumque artis esse uidentur; et habent podagrosi quod agant, habent praecisi quod agant, habent caeci quod faciant, ne chiragrici quidem apud eos otiosi uiuunt. Unus illis deus nummus est ..." V. anche: A. Baldini, L’epistola pseudoadrianea nella Vita di Saturnino, in Historiae Augustae Colloquium Maceratense (Historiae Augustae Colloquia, N.S., III), a cura di G. Bonamente e G. Paci, Bari 1995, pp. 35-56. Per le biblioteche: A. Adriani, Repertorio d’Arte dell’Egitto greco-romano, Serie C, vol. I-II, Palermo 1966, p. 211. Sulle immagini numismatiche della visita imperiale: L.J. Kreitzer, op. cit. alla nota 8, pp. 161-164.

    (25) S.H.A., 13,1 ed il passo di Aurelio Vittore sopra citato; Pausania, I,5,5; J. Beaujeu, La religion romaine à l’apogèe de l’Empire, I, Paris 1955, pp. 164-220: Hadrien et les cultes de la Grèce; M. Guarducci, op. cit. alla nota 18; L.J. Alderink, The Eleusinian Mysteries in Roman Imperial Times, in Aufstieg und Niedergang der Römische Welt: Geschichte und Kultur Roms im Spiegel der neueren Forschung, II,18,2, Berlin - New York 1989, 1457-1498; K. Clinton, The Eleusinian Mysteries: Roman Initiates and Benefactors, Second Century B.C. to A.D. 267, ibidem, pp. 1499-1539, in part. 1516-1525 su Adriano; Id., Hadrian’s Contribution to the Renaissance of Eleusis, in The Greek Renaissance in the Roman Empire, Papers from the tenth British Museum Classical Colloquium, a cura di S. Walker e A. Cameron (Institute of Classical Studies, Bulletin, Suppl. 55), 1989, pp. 56-68; C. Antonetti, La centralità di Eleusi nell’ideologia panellenica adrianea, in "Ostraka", IV, 1, 1995, pp. 149-156. Nel 129 Adriano salpò per Efeso da Eleusi, non dal Pireo, probabilmente perché intento a dirigere i lavori del ponte e delle banchine sul Cefiso della sacra via, dell’acquedotto e della prima fase dei grandi propilei; v. di seguito alla nota 66.

    (26) P. Goukowsky, Essai sur les origines du mythe d’Alexandre 336-270 a. J.-C., II, Alexandre et Dionysos, Nancy 1981, pp. 77 ss.; A. Mastino, orbis, kosmos, oikoumenh: aspetti spaziali dell’idea di impero universale da Augusto a Teodosio, in Popoli e spazio romano tra diritto e profezia, Atti del III Seminario internazionale di studi storici "Da Roma alla Terza Roma", Roma 21-23 aprile 1983, Napoli 1986, pp. 63-162, in part. pp. 80-81; L.A. Garcìa Moreno, Alejandro Magno y la politica exterior de Augusto, in Neronia IV. Alejandro Magno, modelo de los emperadores romanos, Actes du IVe Colloque international de la S.I.E.N., a cura di J.M. Croisille (Collection Latomus, 209), Bruxelles 1990, pp. 132-142; D. Plàcido, Alejandro y los emperadores romanos en la historiografia griega, ibidem, pp. 58-75. In generale, v. gli Atti del convegno tenuto all’Accademia di Danimarca in Roma: Alexander the Great: Reality and Myth, a cura di J. Carlsen - B. Due - O. Steen Due (Analecta Romana Instituti Danici, suppl. 20), Roma 1993. Su Dioniso, Apollo e Augusto: D. Castriota, The Ara Pacis Augustae and the imagery of abundance in later Greek and early Roman imperial art, Princeton 1995, pp. 87-123. G. Marasco, Marco Antonio "Nuovo Dioniso" e il De sua ebrietate, in "Latomus", 51, 3, 1992, pp. 538-548. Sui riflessi riflessi nella glittica e nella numismatica: A. Giuliano, Assimilazione a Dionysos ed Herakles su gemme e monete dall’età tardo-ellenistica al IV secolo d.C., in Filellenismo e tradizionalismo a Roma nei primi due secoli dell’Impero (Atti dei Convegni Lincei, 125), Roma 1996, pp. 143-181. Sugli aspetti astrologici: S.H.A., 16,7; S.H.A., Ael.,3,9; J. Gagè, "Basilèia". Les Cèsars, les rois d’Orient et les "Mages", Paris 1968, in part. pp. 213-232.

    (27) H. Meyer, Antinoos: die archäologischen Denkmäler unter Einbeziehung des numismatischen und epigraphischen Materials sowie der literarischen Nachrichten; ein Beitrage zur Kunst-und Kulturgeschichte der hadrianisch-frühantoninischen Zeit, München 1991, in part. pp. 213-235 sul programma di Antinoo all’interno del "Rinascimento greco" del II secolo e pp. 251-260 sulle istituzioni del culto di Antinoo. G. Caputo, Sincretismo religioso ed espressione figurativa in Tripolitania, in "Quaderni di Archeologia della Libia", 9, 1977, pp. 119-124, sulla statua di Leptis. H.H. Brummer, "Among the shining of antique marbles": Viktor Rydberg’s essay on Antinous, in Docto Peregrino: Roman Studies in honour of Torgil Magnuson (Suecoromana I), Stockholm 1992, pp. 51-77, in part. pp. 65-75. Il Rydberg (Romerska dagar, Stockholm 1882) ricercava nell’apoteosi di Antinoo per la sua morte sacrificale una satisfactio vicaria che viene vista come un legame al cristianesimo. Secondo una leggenda, la riesumazione cristiana può avverarsi nella figura di Giona nella cappella Chigi a S. Maria del Popolo, che avrebbe alluso ad Antinoo perché, come questo aveva salvato la barca dello stato romano col suo sacrificio, così il profeta aveva salvato la barca ed il suo equipaggio facendosi gettare fuoribordo. Raffaello sarebbe stato ispirato dalla visione notturna avuta da un visitatore delle rovine di Villa Adriana, con la vista della stella di Antinoo tra allori e cipressi. Particolare importanza nell’interpretazione del Rydberg assume il cd. Gruppo di San Ildefonso al Prado, risalente all’inizio dell’impero o addirittura prima, cui fu aggiunta una testa di Antinoo sulla figura prassitelica di Narciso che si appoggia ad una figura policletea, creando così l’immagine dell’apoteosi di Antinoo accompagnato da Hermes Psicopompo: P. Zanker, Klassizistische Statuen, Studien zur Veränderung des Kunstgeschmacks in der römischen Kaiserzeit, Mainz am Rhein 1974, p. 38. M.T. Boatwright, Hadrian and the City of Rome, Princeton 1987, pp. 239-260. La fortuna dell’immagine di Antinoo in epoca tardoromana è attestata da un certo numero di contorniati: E. Alföldi-Rosenbaum, Hadrian and Antinous on the contorniates and in the Vita Hadriani, in Atti dei Colloqui sulla Historia Augusta, I. Historiae Augustae Colloquium Parisinum, Atti del Convegno internazionale, Paris, 2-4 giugno 1990, a cura di G. Bonamente e N. Duval, Macerata 1991, pp. 11-18. Anche recentemente si è tornati a riproporre sostanzialmente il concetto espresso da J. Toynbee, The Hadrianic School: A Chapter in the History of Greek Art, Cambridge 1934, e da Ranuccio Bianchi Bandinelli, dell’originalità del tipo scultoreo dell’Antinoo, come ultima espressione dell’arte greca, nella coerente tradizione figurativa greco-romana: B. Andreae, op. cit. alla nota 14, p. 45. Già nel sottotitolo l’opera della Toynbee riprenda l’impostazione di Winckelmann, ma solo in opposizione alle teorie nazionalistiche di allora, volendo mettere in luce l’aspetto di continuità e non di rinascita del classicismo adrianeo, che si innesta su una tradizione allora mai morta, pur se temporaneamente eclissata (in part. p. XX). Tra l’altro, pur nella continuità della tradizione classica, si può ricordare come proprio nei ritratti di Antinoo appaiano per la prima volta elementi tecnici fortemente innovativi quali la lavorazione delle pupille con il trapano. Per un’interpretazione sugli aspetti teologici della morte di Antinoo: M.A. Levi, op. cit. alla nota 2, pp. 81-91.

    (28) Ad esempio, ancora alla metà del II secolo, il figliastro di Apuleio, che pur apparteneva alla colta e benestanta élite municipale, parlava solo il punico oppure un po’ di greco con la madre: "loquitur numquam nisi punice et si quid adhuc a matre graecissat; enim latine loqui neque vult neque potest" (Apologia, 98). A.H.M. Jones, The Greeks under the Roman Empire, in "Dumbarton Oaks Papers", 17, 1963, pp. 3-19, evidenzia lo scarso influsso della cultura e della lingua latina nella pars orientis, anche nelle monete e le leggi. Solo l’amministrazione militare era in latino e gli imperatori avevano un secretarium ab epistolis Graecis, nel caso di Adriano Svetonio. Più recentemente: L. Gamberale, Confronti e incontri di cultura nell’età degli Antonini, in Filellenismo e tradizionalismo a Roma nei primi due secoli dell’Impero (Atti dei Convegni Lincei, 125), Roma 1996, pp. 57-84. In generale, sulla cultura di Adriano: M.A. Levi, op. cit. alla nota 2, pp. 93-116.

    (29) C. Foss, op. cit. alla nota 6, p. 38. Un secondo esempio di emissione numismatica con Adoptio (DIVI Marci PII Filius) appare con Settimio Severo, per supportare la sua, assai più improbabile, adozione postuma nella stirpe di Marco Aurelio (Dione Cassio, LXXV, 7; S.H.A., Sept. Sev., 10). Epigraficamente si notano numerosi esempi di ripristino del nome di Commodo abraso dopo la damnatio memoriae, nell’ambito della stessa propaganda di continuità.

 

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Padiglione di Afrodite a Villa Adriana.

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Criptoportico

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Teatro Marittimo

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Tholos di Afrodite Cnida

 

Giorgio Ortolani