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Il moderno e Virginia Woolf (*).

Possibili scenari di tutela delle architetture del XX secolo

Sir Gilbert Scott. Centrale elettrica a Battersea, 1929-1933, disegno.

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A1: Brian O' Rorke: progetto di casa unifamiliare che rispetti la tradizione. Prospettiva; disegno a matita acquerellato, 1931, (Nifosì 1992, p. 64)

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A2: Assonometria di alloggio "tipo nuovo", 1934; (Nifosì 1992, p. 64)

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A3: Blocco edilizio della corte interna, Cleverly Estate, Peabody Trust, london 1928; (Nifosì 1992, p. 69)

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Sir Gilbert Scott. Cabina telefonica, modello n. 2, 1926; (Nifosì 1992, p. 105)

Architettura moderna nell’opera di Virginia Woolf (A)

Se si dovesse descrivere la qualità spaziale delle Architetture in cui si muovono i personaggi della Woolf nell’Inghilterra di primo novecento, risulterebbe alquanto complicato riuscire a perimetrare il costruito urbano e rurale. "La casa", "il giardino", "il piano terra", "il piano di sopra", "la scala", "la strada" descrivono in modo sintetico e generico i confini di una realtà visibile e tangibile, mai palesemente decifrata nei suoi connotati architettonici. Si tratta prevalentemente di "involucri", di "scatole" all’interno dei quali i protagonisti vivono il personale dramma esistenziale, s’interrogano, lasciano parlare la propria coscienza, senza collegarla alla realtà concreta che li ospita.

L’autrice desidera indagare in profondità la coscienza dei suoi personaggi, che dialogano col proprio "Io" in modo continuo, anche durante il vivere concreto e quotidiano. In tal senso, con estrema coerenza artistica, la profondità d’indagine e la limpidezza dello stile dell’opera rappresentano nei romanzi veri e propri strumenti linguistici di trasmissione del "flusso di coscienza", poco descrittivi invece dell’oggettiva realtà spaziale.

Lo spazio e il tempo si caricano di un valore estremamente relativo, che si dilata o si restringe in funzione della concezione del tempo interiore di ciascun protagonista. La percezione dello spazio costruito è vissuta in forma personale e soggettiva, alle volte, la materia architettonica è smaterializzata e resta sospesa in un tempo senza tempo e in uno spazio privo di sue coordinate cartesiane.

Si assiste, pertanto, ad una sostanziale assenza di Architettura, quindi di materia, di forma, di effetti luminosi e ottici, di processi di trasformazione tecnologica dalla materia alla forma.

 

Architettura inglese d’inzio secolo (b1).

    Ma quali sono i caratteri dell’architettura inglese d’inizio XX secolo? Possono questi caratteri giustificare o spiegare il silenzio descrittivo nei romanzi della Woolf?

    Il panorama artistico e soprattutto architettonico si presenta estremamente frastagliato ed eterogeneo nell’Inghilterra di quegli anni. Convivono, infatti, svariati linguaggi formali e artistici, tecniche espressive e tecnologie costruttive innovative, oppure tradizionali, d’avanguardia o conservatrici, o persino proiettate verso un acceso sperimentalismo delle forme e dei materiali, dei tipi edilizi e delle scelte urbanistiche in una nazione che si va sempre più industrializzando.

    L’architettura inglese del cosiddetto "decennio del diavolo", pubblica o privata, laica e religiosa, ufficiale e domestica, in tutte le sue manifestazioni dal design industriale alla realizzazione di veri e propri cantieri del costruito, non converge verso un unico linguaggio architettonico, non si unifica, né è costretta a farlo per volontà di una Scuola o del potere ufficiale.

    L’Inghilterra del trentennio esaminato è una nazione ancora potente e imperialista, che ostenta un forte attaccamento alle tradizioni, una grande apertura nei confronti della Modernità e al contempo i primi sintomi di una decadenza non ancora palesemente accettata. "Il popolo dei cinque pasti" (NIFOSI SINI, 1992, p. 10), così come additato dal governo italiano di quegli anni, "non sceglie, non unifica in una tendenza" le diverse manifestazioni artistiche. Al contrario le smembra e le rende ancor più sperimentali e divergenti. Domina un atteggiamento liberale nei confronti delle scelte formali e architettoniche, che si traduce in una dialettica democratica e rispettosa fra committenza e attività professionale.

    Si descrivono brevemente quali sono le tendenze più diffuse: l’architettura domestica neogeorgiana, il "Re-revival" degli stili e il Modernismo classicista, il "Moderno" continentale (**).

L’architettura domestica neogeorgiana

    A cavallo fra la prima e la seconda Guerra Mondiale in Inghilterra sono costruiti quasi quattro milioni di alloggi. Quest’ingente operazione edilizia trova la sua ragion d’essere nel miglior stato d’agiatezza in cui versa la classe di operai specializzati e nella volontà politica di eliminare gli slums, i quartieri popolari e insalubri, sorti intorno alle aree industriali.

    Il linguaggio architettonico adottato in quest’immensa operazione è l’eclettismo disinvolto dei neo-stili, coniugato ad un sapiente sperimentalismo di forme entrate a far parte oramai della cultura figurativa nazionale, ma adattate alle esigenze costruttive delle nuove insule. L’architettura domestica si arricchisce d’alcuni elementi decorativi, ma resta legata ad una sintassi formale e tecnologica tradizionale e consolidata. Scarsi risultano, in tale contesto, gli influssi del Movimento.

    I suoi caratteri progettuali sono: simmetria di pianta e di facciata, finestre a ghigliottina, lesene, marcapiani ed elementi di decoro tratti dal linguaggio della tradizione, "uso cauto del colore" (NIFOSI SINI G., 1992, p. 53), impiego del materiale della tradizione, il mattone (v. figura A).

Il "Re-revival" degli stili e il Modernismo classicista

    Contemporaneamente la produzione architettonica inglese si arricchisce di un ingente numero d’opere legate alla tradizione classica e rinascimentale. Si tratta essenzialmente di architetture di rappresentanza, chiese, uffici, poste, stazioni ferroviarie, musei, industrie, persino cabine telefoniche, commissionate da enti pubblici e privati e realizzate nel corso degli anni venti-trenta del 900. Grey Wornum,Vincent Harris, Sir Giles Gilbert Scott sono alcuni dei maggiori progettisti (v. figura B).

    L’opera eclettica di Sir Edwin Lutyens merita una menzione a parte, poiché la sua architettura tenta di coniugare le forme e gli stilemi dell’architettura neo-stilistica inglesi, l’architettura moderna e le nuove tendenze conservatrici-restaurative, a lui note per il tramite della sua mecenate Gertrude Jekyll, a sua volta stretta amica e collega di John Ruskin, progettista di giardini all’inglese e promotrice del movimento culturale delle Arts and Crafts (v. figura C).

Il "Moderno" continentale

    Il movimento Moderno si afferma poco e con ritardo nella nazione britannica e non riscuote un grande successo. I maggiori progettisti, quali Connel, Ward & Lucas, Walter Gropius, Marxell Fry, Enric Mendelsohn, Serge Chermayeff sono costretti, nell’arco di circa quindici anni, ad abbandonare l’Inghilterra, a trasferirsi nel Nuovo Continente oppure a dover mutare il proprio linguaggio espressivo e progettuale (v. figura D).

Conclusioni

    Uno scenario eterogeneo e pluriformale caratterizza, in sostanza, la Gran Bretagna nel periodo in cui la Woolf scrive i suoi romanzi. Di fronte ad un panorama architettonico esteticamente e sintatticamente frammentario ed eclettico, è possibile che l’Architettura abbia perso progressivamente il suo reale "significato" formale, traducendosi invece in un "significante-contenitore", che esprime nella scelta stilistica il diverso valore sociologico-economico delle produzioni "domestica", "re-revival" o "Moderna". Il silenzioso modo woolfiano di non raccontare al lettore il carattere dello spazio, nel quale il protagonista vive e pensa, scaturisce forse dall’idea di considerare l’Architettura come semplice involucro, come contenitore del quale si conoscono a priori tutte le caratteristiche formali e stilistiche, stereotipate dalla sintassi progettuale corrente. L’argomento non si esaurisce, ovviamente, in questa sede, ma svela notevoli potenzialità di ricerca futura e si traduce in un possibile punto di partenza per l’incentivazione della conoscenza del patrimonio architettonico europeo, riletto attraverso l’occhio del letterato. Non è il caso delle opere della Woolf, ma spesso il mondo della letteratura anticipa con descrizioni d’inestimabile valore documentario gli scenari della produzione architettonica coeva, offrendo uno strumento di conoscenza insostituibile nei casi di perdite repentine e irreversibili. Inoltre, l’occhio dello scrittore coglie alle volte alcuni dettagli che sfuggono invece all’occhio dell’architetto.

    S’invita ad osservare, in conclusione, che il dato più interessante, scaturito dall’avvio di questo studio, è consistito nell’occasione, in parte voluta e in parte nata spontaneamente, di ritrovare una ‘mescolanza’ ed una massima ibridazione tra l’ambito, spesso ‘separato’, della ricerca storico-letteraria e storiografica e quello artistico-architettonico.

    Proprio la ‘vicinanza’ all’oggi del Moderno e delle sue ultime esperienze riduce giocoforza la ‘distanza’ che caratterizza la ricerca letteraria e storiografica, indirizzando gli studiosi e i progettisti verso una comune riflessione sugli strumenti metodologici con cui ancora si è coinvolti nel Contemporaneo.

wooila6.jpg (5159 byte) C1: Walter Gropius, Maxwel Fry e Eric Mendelsohn, Serge Chermayeff; case al 66 e 64 di Church Street, Chelsea, 1936, (Nifosì 1992, p. 150)

Appendice (b1.1).

    Verso possibili scenari di tutela dei monumenti architettonici del xx secolo

    Il tema della salvaguardia del Moderno comincia solo da qualche anno a far sentire il peso della sua riflessione critica, alla luce dei primi risultati ottenuti in sede di catalogazione e conoscenza dell’Architettura Moderna. Un grande merito è attribuibile anche alle considerazioni di natura pratico-metodologica, maturate a seguito degli interventi di restauro-recupero, compiuti rispettivamente sul monumento contemporaneo e sul suo contesto urbano-ambientale.

    Lodevole è stata l’attività d’individuazione, analisi e catalogazione compiuta da associazioni pubbliche e private, che hanno classificato una grande quantità di Monumenti dell’Architettura Moderna, reputati degni di conservazione e tutela. Infine il DO.CO.MO.MO., il Ministero dei Beni e le Attività Culturali, l’ANIASPER, le associazioni private di consolidamento del costruito hanno promosso sin dai primi anni novanta dello scorso secolo alcuni interessanti convegni nazionali e internazionali, volti alla sensibilizzazione di tali tematiche (a). I convegni hanno rappresentato degli utili strumenti di confronto e di dialogo fra figure professionali diverse che lavorano nello stesso settore della tutela. Di fronte a questa ricca e vivace attività culturale, il tema del Restauro del Moderno appare oggi ancora troppo inesplorato; esso risulta carente, pertanto, di una propria sperimentata metodologia d’intervento sia nella fase d’indagine, sia nella successiva fase di progetto e di realizzazione in cantiere.

    Il settore disciplinare è complesso, si avvale di diversi metodi e materiali innovativi, non sempre sufficientemente testati nella pratica, è povero di una relativa e ampia casistica sperimentale di riferimento, ma vanta fortunatamente una vivace e recente attività di ricerca, pubblicizzata e pubblicata (b). Tutti questi fattori hanno reso articolato lo sviluppo della presente ricerca, che è stata orientata innanzi tutto verso l’indagine semantica dei termini adottati; in secondo luogo verso una conoscenza più approfondita della Storia dell’Architettura Moderna, nei suoi aspetti costruttivi e formali, nonché storico-ambientali; verso un processo d’assimilazione della metodologia d’intervento, promossa alla luce dei principi propri del restauro critico-conservativo.

    Lungi dal voler affrontare in modo esaustivo tutti gli aspetti del tema del restauro del moderno, la presente relazione è stata occasione di conoscenza di realtà culturali sconosciute, interessanti e ricche di future potenzialità teoriche e pratiche.

    I termini "restauro", "recupero", "riuso", "riqualificazione" hanno subìto nel corso degli ultimi vent’anni un processo di chiarificazione semantica, grazie ad un’incessante attività di ricerca e di pubblicazione (c).

    Una sorte meno felice è invece spettata ai termini "Architettura Moderna" e "Architettura Contemporanea", "Restauro del Moderno e del Contemporaneo". Alla luce di queste prime riflessioni ci si domanda quale sia il limite fra Restauro dell’Architettura Moderna e Restauro di quella Contemporanea, se e in che modo la Teoria del Restauro brandiana sia applicabile all’architettura realizzata nel XX secolo (d).

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C2: Walter Gropius, Maxwel Fry e Eric Mendelsohn, Serge Chermayeff; case al 66 e 64 di Church Street, Chelsea, 1936, (Nifosì 1992, p. 150)
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    Se da un lato si è tentati di considerare la contemporaneità in continuità con la modernità, si è altrettanto consapevoli che così facendo si va a complicare il campo applicativo dell’intervento di restauro; infatti, non è semplice decidere cosa può essere degno di tutela e conservazione e cosa invece può addirittura essere abbattuto, soprattutto in una struttura architettonica realizzata negli anni ‘80 dello scorso secolo; inoltre, l’esperienza insegna che quanto più una produzione artistica è vicina al nostro presente, tanto più complicata appare la possibilità di esprimere oggettivamente un giudizio di valore sull’istanza estetica e storica del monumento contemporaneo. Si potrebbe, ad esempio, definire "moderna" l’architettura del primo cinquantennio del 900 e "contemporanea" la produzione architettonica della seconda metà del XX secolo, ma in un caso come nell’altro, l’intervento di Restauro muterebbe nelle sue tecniche, nel "come" restaurare, ma non nel suo metodo.

    In realtà, quindi, il vero problema del Restauro dell’Architettura monumentale del novecento consiste nell’assimilazione del Principio metodologico del Restauro critico, quale momento di riconoscimento dell’opera d’arte come tale, nel suo valore estetico e nella sua istanza storica. (Cesare Brandi, Teoria del Restauro, Roma 1967), a prescindere dall’antichità, modernità o contemporaneità del monumento architettonico, oggetto d’intervento.

    In cosa consiste il metodo di restauro promosso per l’architettura monumentale del XX secolo? Il metodo si fonda sugli identici principi teorizzati da Cesare Brandi quasi quarant’anni addietro, ampliamente sperimentati e verificati sui monumenti antichi da diverse generazioni di architetti restauratori. L’intervento di restauro si comincia a compiere nel momento in cui la collettività prende coscienza della necessità di tutelare e conservare un dato oggetto, perché vi riconosce un valore artistico e storico inestimabili. Questo riconoscimento è accompagnato e in parte preceduto da un’articolata operazione di conoscenza del monumento, nella sua "forma" e nella sua "struttura" e la formulazione di un giudizio di valore che valuti l’istanza storico-estetica degli elementi che compongono il monumento, in relazione anche alle vicissitudine di cui nei secoli o negli anni esso è stato protagonista.

    Perché, in effetti, il grande problema del restauro critico non è tanto quello di dover mantenere un’aggiunta, quanto quello di dover evitare il ripristino in tutto o in parte dell’immagine o della materia che compone il monumento.

    Il ripristino è un’operazione da evitare nell’intervento di restauro, semplicemente perché esso va ad alterare l’autenticità materiale e semantica del monumento. L’intervento di restauro dovrà, in sostanza, interrogarsi soprattutto sul "perché" e sul "cosa conservare", piuttosto che sul "come conservare".

    La proposta d’intervento non dovrebbe offrire la realizzazione di un "modello", quanto invece la conservazione delle peculiarità fisiche e formali di uno specifico oggetto, contraddistinto da quella "patina" sedimentata dal tempo sulla sua superficie. Le operazioni, quindi, verranno compiute alla luce dei principi del minimo intervento, della distinguibilità, della notorietà del progetto, sostituendo solo quelle parti o porzioni di parti che necessariamente e per motivi preventivati è indispensabile sostituire o correggere, evitando di citare la storia o, peggio ancora, di riproporre i suoi neo-linguaggi in stile.

    La storia, infatti, non dovrebbe mai essere citata, quanto raccontata in forma e modi ragionati e critici.

 

Per onestà morale e culturale e in qualità di architetto, la scrivente sente l’esigenza di non tacere le notevoli difficoltà incontrate nel corso del presente studio, personalmente nuovo e bibliograficamente poco esplorato.

 

Ilaria Pecoraro

Fonti fotografiche

NIFOSI’ SINI G., L’Inghilterra degli anni ’30, Firenze 1992.

Riferimenti bibliografici
AA. VV., Steel and concrete, in "The Architectural Review", numero monografico, November 1932.
BORSI F., L’ordine monumentale in Europa, 1929-1939, Milano 1986.
BYRON R., Broadcasting House, in "The Architectural Review", numero monografico, July 1932.
NIFOSI’ SINI G., L’Inghilterra degli anni ’30, Firenze 1992.
PATETTA L., La monumentalità nell’architettura moderna, Milano 1982.
PEVSNER N., Storia dell’architettura europea, Bari 1976.
REILLY C.H., Representative British Architects of today, London 1931.
REILLY C.H., The modern store, in "The Architectural Review", May 1935, pp. 217-219.
SHAND P.M., Modern theatres and cinemas, Batsford 1930.

NOTE:

(a) - v. Primo Convegno DO.CO.MO.MO. Eindhoven 1990; v. Primo Convegno ANIASPER, Sala del S. Michele, Roma 1992; v. prima giornata del "Colloquio internazionale" Dell’Accademia delle Arti del Disegno, Firenze 1996; v. seconda giornata del "Colloquio internazionale" dell’Accademia delle Arti del Disegno, Firenze 1998; si rimanda anche alla consultazione di tutta l’attività promotrice e di ricerca svolta dall’Associazione internazionale e dalla sede nazionale del DO.CO.MO.MO., negli anni 1990-2000. La ricerca sul Moderno si muove negli ultimi tempi anche verso altre direzioni. Nel maggio del 2001, ad esempio, si è tenuto presso la facoltà di architettura di Pescara il Convegno internazionale dal titolo: "Architetture dimenticate e moderno trascurato", organizzato da Carmen Andriani. Con questa esperienza si è tentato di passare in rassegna mediante un aggiornamento critico le opere di alcuni architetti poco noti, operativi in aree marginali. Il carattere della loro produzione architettonica è altrettanto marginale, poiché è sfuggito alle regole e alla produzione conosciuta ed ufficiale del moderno. Risulta particolarmente rilevante anche il contributo offerto da Margherita Guccione, che presenta i risultati del Censimento degli archivi di architettura, conservati a Roma e nel Lazio e relativi ad un arco temporale che va dal 1870 al secondo dopoguerra. Secondo la Guccione, dal 1950 in poi "inizia quel processo di distorsione e contaminazione di linguaggi architettonici che consentirà il passaggio alla contemporaneità e che forse permette, se la distanza critica lo consente, di comprendere le ragioni storiche di alcune espressioni dell’oggi". v. info convegno www./unich.it.

(b) - v. FIORINI L., CONTI A., La conservazione del Moderno: teoria e pratica, Firenze 1992. Si consiglia di consultare l’interessante raccolta bibliografica pubblicata nel testo.

(c) - Sembra assimilata la definizione in base alla quale non tutto il patrimonio architettonico può essere oggetto di un intervento di restauro; nello stesso modo, non tutto questo stesso patrimonio può essere oggetto di un programma di recupero edilizio o urbano. I termini Restauro e Recupero sono distinti a causa dei due diversi campi d’applicazione del metodo d’intervento. Il Restauro deve essere compiuto sulle opere monumentali, portavoci di un’istanza storica e di un valore estetico unici e originali, che bisogna conservare e tramandare alle generazioni future; l’intervento di Recupero può invece interessare l’edilizia di base, dotata di un valore storico e di peculiarità estetiche che, pur contraddistinguendola, potrebbero essere in parte sacrificate per riattivare nell’edificio storico una funzione, identica o altra rispetto a quella originaria o pregressa, compatibile e in sintonia con la preesistenza; v. CARBONARA G., Lacune, filologia e restauro, in "Materiali e strutture", II, 1992, 1, pp. 23-32.

(d) - v. CARBONARA G., Teoria e metodi del restauro, in Trattato di restauro architettonico, vol. I, Torino 1996, pp. 11-14; 77-84; 91-101.