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L’ultima "Sciarada"

 

    Nessun miglior inizio possibile – forse- per l’ennesimo punto interrogativo visuale-morale lasciato da Kubrick. Irresistibile il desiderio di capire quanto di quelle sequenze, di quella storia obbiettivamente figlia del suo cinema, sia stato obbiettivamente trasposto al pubblico. E comunque non avrebbe credo potuto avere conclusione migliore – se mai l’avesse voluta -, per un regista che il cinema lo ha sempre combattuto, fin dall’inizio, senza inventare nulla, ma solo con l’immensa potenzialità umana di andare oltre lo sguardo.

    Eyes Wide Shut è questo: desiderio e ricerca di un enigma già risolto, voglia di perdersi nelle ansie più normali. La notte di New York come la notte della mente umana. Unica scenografia allo stesso tempo cornice e protagonista della storia, atmosfera imperscrutabile che avvolge i protagonisti e li divide in due grandi categorie: quelli che vedono e quelli con gli occhi chiusi.

    E paradossalmente è proprio sul concetto del non-visto, del non-saputo che si articola tutto il film. Esperienza metafilmica, più vicina all’illusione che alla rappresentazione nell’accezione classica del termine. Tutte le sequenze si reggono sul contrasto biunivoco degli opposti: luce/buio, eleganza/prostituzione, amore/tradimento, verità/menzogna. Come per tutti i suoi film Kubrick non genera personaggi ma esecutori di emozioni umane allo stato puro, sensazioni incastonate indelebilmente in una manciata di fotogrammi, in un semplice (semplice?) piano-sequenza.

    Eyes Wide Shut è tutto nella sequenza del bacio Cruise-Kidman davanti allo specchio. L’epicentro fenomenologico di due diversi tipi di sguardi: in campo (quelli di Cruise) e fuori campo (quelli della Kidman). Da qui partono le due storie che costituiscono l’ossatura principale del film.

    Quella di Bill che si costruisce attraverso le immagini, la visione di una deriva dentro le forme classiche della rappresentazione: la festa, la musica, il teatro, la maschera, il sacro ed il gioco. Bill ha gli occhi chiusi di chi non riesce a raccogliere i segnali, a decifrare i codici, a raccogliere i simboli.

    Quella di Alice, già scritta, già data attraverso il non visibile, produzione e rappresentazione iconica del linguaggio onirico, scritta al contrario come attesa della riscoperta della normalità generata dall’illusione. Alice appunto. Come se avesse già attraversato lo specchio, conosciuto l’ambiguità e la duplicità del reale.

    Sceneggiatura disseminata di citazioni e rimandi al quadro finale del ritorno alla realtà delle compere in un negozio di giocattoli prima di Natale. Tutto come i pezzi di un puzzle faticosamente cercati e riconosciuti tra le immagini e le parole dell’ultimo enigma del cinema kubrickiano: è il cinema che è nato e si è formato mimando i nostri meccanismi di rappresentazione mentale o sono questi stessi ad essersi modificati al cinema in questo ultimo secolo? L’ultima sciarada.

 

Martino Miccoli

 

 Eyes Wide Shut (Warner Bros_ 1999)

 

Regia: Stanley Kubrick

Sceneggiatura: Stanley Kubrick e Frederic Raphael (ispirato al romanzo Doppio Sogno di Arthur Schnitzler)

Fotografia: Larry Smith

Montaggio: Nigel Galt

Musica: Jocelin Pook

Scenografia: Les Tomkins e Roy Walzer

Costumi: Marit Allen